Fare i conti con la realtà dell’infertilità

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Non lo potevo immaginare quante volte la realtà ci avrebbe sbattuto la faccia contro il muro dell’infertilità. Prima di due anni dall’inizio dei nostri tentativi di concepire naturalmente un figlio, ai medici non avevamo voluto dare facoltà di disquisire della funzionalità dei nostri apparati riproduttivi, se non marginalmente, con qualche esame di routine che passammo senza infamia e senza lode. E’ buffo usare il termine “naturale” riferito a quegli anni di sesso non protetto, spesso più subito che goduto.

Naturale, nel senso di spontaneo, innato, che accade senza che se ne abbia consapevolezza, è la dilatazione delle tue pupille alla vista del tuo amato; non puoi farci niente, è una “naturale” risposta fisiologica, mediata da ormoni e neurotrasmettitori. Invece, quando hai acquisito abbastanza conoscenza di tecniche di monitoraggio della tua vagina, cervice, utero, e ovaie da saper esattamente quando tampinare il maritino per un amplesso, ti rendi conto che non c’è più molto di “naturale” in quello che succede sotto le lenzuola.

Comunque sia, tra uno stick canadese e un grafico di ovulazione, ho avuto un’attitudine molto casual in quel periodo, convinta che se avessi dato tempo al tempo, e se mi fossi concentrata sul mio rapporto con Mr. Introverso, tutto sarebbe andato come doveva andare.

Niente panico, Carmen. Cosa ti dicono sempre tutti? Rilassati, vedrai che arriverà quando meno te lo aspetti. Eh, già. Che ridere, quando meno te lo aspetti…  

Ad un certo punto mi resi conto che avevo dato abbastanza tempo al tempo, e la strategia non aveva funzionato. Era ora di affidarsi alla medicina. Dopo una serie di esami, scoprimmo che avevo una scarsa riserva ovarica e quindi ormoni sballati da premenopausa.

Anche se il mio spirito era ancora quello di una giovincella, il mio orologio biologico camminava spedito, troppo spedito.

La sintesi emotiva di quella fase, al di là dei dettagli medici, sta nella frase di una ginecologa, parole che mi penetrarono come una lama rovente nel burro: “Signora lei deve cominciare a fare i conti con il fatto che potrebbe non avere mai un bambino”. Uscii dal suo studio in lacrime, non avevo ancora cominciato nessuna delle procedure e dei protocolli della procreazione assistita, che già avevo di fronte un muro. “È strano però, lei è così giovane…ma a che età sua madre è andata in menopausa? Ah, allora è ancora più strano. Lei invece potrebbe non arrivare ai 45”. Eccheccavolo! Ma come, io sono tranquilla, positiva, ottimista, credo nel potere del Budda interiore, e qui mi si dice che sono al capolinea, che devo scendere dal treno??? Eh, no, ca**o!!! Che feci? Quello che faccio sempre, piansi, mi disperai, mi battei il petto con rabbia e me la presi con me stessa, in primis, e con Mr. Introverso due secondi dopo.

I pensieri e le domande che affollarono la mia mente allora non mi hanno più lasciato. Anche adesso che sono passati diversi anni e che mi sento forte e combattiva, fuori dalle pastoie del senso di colpa e dei rimpianti, essi ritornano. Forse per la natura instrinsecamente insicura e impotente della mente, che combatte ciclicamente contro gli stessi tarli.

E così come essi si presentarono, senza un ordine logico, così voglio esprimerli, senza pretesa di racchiudere in poche righe la voragine che a più riprese si è aperta sotto i miei piedi e che con pazienza e determinazione ho riempito di cose belle e di gratitudine per la vita.

“Ma perchè proprio a me? Cosa ho fatto di male? Certo se magari avessimo cominciato prima la caccia alla cicogna!

Che palle, tra università, affitto, bollette e lavori saltuari e poco remunerativi, come potevamo permetterci un figlio prima dei 35 anni? Vaff***, colpa di Mr. Introverso, ci ha messo una vita a decidersi! E poi lui lo fa solo per me, in fondo a lui va bene la vita senza figli, sono io che desidero un figlio da sempre. Lui non lo vuole, non è determinato quanto me, ecco perchè il figlio non arriva, non siamo sulla stessa lunghezza d’onda.

Forse non devo avere figli perchè non sarei una buona madre, con la mia salute sempre un pò cagionevole come potrei occuparmi di un bambino ventiquatt’ore al giorno, sette giorni su sette?…

Non sarei una buona madre, non potrei avere la pazienza e l’altruismo necessari… In effetti i bambini degli altri non mi piacciono, non so nemmeno perchè voglio un figlio.

Forse non posso avere tutto dalla vita, ho tante altre belle cose, devo farmene una ragione e soffrire in silenzio. Devi crescere Carmen, la vita è crudele e non vale la pena inseguire i propri sogni.

Certo, con tutti genitori degeneri che ci sono in giro e le donne che rimangono incinta senza nemmeno desiderarlo, perchè a noi questa possibilità viene negata? Facciamo proprio così schifo?

E ora che faccio? Che inutile essere umano che sono, un ramo secco, una vita senza alcun senso, tutto quello che ho fatto nella vita è stato in funzione di poter avere dei figli, quindi che me ne faccio ora della laurea, del dottorato, della mia passione per il sostegno alla gravidanza e parto? Non me ne frega niente di tutto ciò, se non posso realizzarmi come madre.

E tutte quelle stronze di mamme a lamentarsi dei figli, come se fossero state costrette a procreare, io non so nemmeno cosa vuol dire vedere un test di gravidanza positivo…”

Una frase attribuita al Buddha dice “la vita è un equilibrio tra trattenere e lasciare andare”. In italiano dice forse un pò poco, ma in inglese “to hold on” e “to let go” sono espressioni molto forti.

Quante volte ci siamo aggrappati ad un’idea o ad un obiettivo? Tante, fin da bambini. E tante altre volte invece abbiamo deciso che potevamo mollare la presa ed arrenderci. Fa parte della vita, ti butti nelle cose, ma non tutte le porti a termine. Alle volte è anche difficile definire cosa significhi veramente “portare a termine”. Chi lo decide che hai portato a termine una cosa? In alcuni casi ti danno un pezzo di carta che afferma che hai concluso proficuamente un’attività, ma altre volte sei tu a decidere, nessun altro che te.

Onestamente, avevo spesso mal giudicato le quarantenni che si sottoponevano all’inseminazione artificiale, mi sembravano disperate, egoiste e quasi ridicole. Perchè accanirsi se la natura non ti ha dato la possibilità di avere figli? – mi chiedevo. Ed ora ero io, quasi quarantenne, a temere di farmi prendere dalla disperazione, dall’egoismo e di incattivirmi nei confronti della vita, rea di non avermi dato le stesse opportunità dispensate alle altre donne. 

Le parole della dottoressa – considera che forse non potrai diventare madre – riecheggiavano nella mia mente, avrei dovuto abbandonare l’idea di avere figli? Forse avrei sofferto meno se avessi semplicemente chiuso con quel capitolo della mia vita? Oppure dovevo farmi coraggio e andare avanti? Fino a quando avrei dovuto insistere nel perseguire quella strada, prima di decidere che mi stava portando troppo lontano? Mi sarei fermata non appena mi fossi resa conto che il sogno era diventato un incubo e mi stava avvelenando la vita?

Avere un figlio è un obiettivo legittimo, che alcuni ritengono un diritto, dunque da perseguire con tutte le forze.  Allo stesso tempo non potevo escludere che potesse non essere raggiungibile per me. E rischiavo di perdere me stessa per un desiderio irrealizzabile. Così, ad ogni nuovo passo nella direzione della procreazione assistita ho cercato di capire se, al di là della sofferenza e della frustrazione, io c’ero ancora. Esistevo ancora, ero ancora io, o piuttosto ero diventata una pallida e contorta immagine di me stessa, amareggiata e distrutta dal mio stesso desiderio di maternità? Ho cercato di fare in modo di essere sempre me stessa, se possibile di migliorare come persona.

Alla fine devo ringraziare l’insensibilità della dottoressa, che mi ha permesso di fare i conti con la realtà. Decisi allora che valeva la pena continuare, e per altre quattro volte fu così.

Decisi che io non mi sarei arresa facilmente, e soprattutto mai a causa di un parere medico. Anche se quando si diventa “pazienti” è facile trasformarsi in entità amorfe nelle mani degli esperti, volevo dire la mia su quando e per quante volte mi sarei stesa su quel lettino, e a gambe divaricate avrei lasciato che violassero la sacralità dell’atto d’amore e di vita che si chiama procreazione.

Ho fatto quattro ICSI, due omologhe e due eterologhe, tra paura e determinazione, ansia ed ottimismo. Il prossimo capitolo lo puoi leggere qui.

 

By | 2018-06-28T13:52:50+00:00 22 aprile 2015|La mia PMA|0 Commenti