Ricetta di Erika

Oggi parlo della mia ricetta di vita fertile. Non conosco l’infertilità, ma conosco la morte. Nell’ambito della gravidanza ora è definita ‘lutto perinatale’.

Perinatale: che sta intorno alla nascita. Non ci rientrerei stando alla definizione più ortodossa, ma si sono accorti che il dolore per la morte di un figlio a 20 settimane, come a 7, non è diverso da quello provato per un figlio di 27 settimane.

Si sono accorti che un figlio è un figlio. Ciò accade negli ambienti in cui l’aborto è trattato negli aspetti anche emotivi, con fatica entra invece negli ambienti in cui l’aborto è solo la cessata esistenza di un embrione, oppure feto, finché non diventa scarto, massa o grumo.

Qual è la mia ricetta di vita fertile?

Beh, è una scelta

La scelta precisa di un atteggiamento.

Un lavoro lungo mesi. Passato attraverso le maglie della burocrazia, della società di smaltimento dei rifiuti, del cimitero: di quel campo nel cimitero. Il campo degli aborti.

Un cammino che per un soffio non mi è sfuggito dalle mani.

Partiamo dall’inizio…

Sapevo che qualcosa non andava. Non la sentivo muovere e avrei dovuto. 21 settimane l’epoca in cui l’eco ha svelato il corpo di mia figlia. Non ne capivano il verso: era talmente calcificata che risultava una massa uniforme. Quell’immagine è impressa a fuoco in me.
Così stimarono che doveva essere morta da 4 settimane circa.

Non sono solo una madre che non ha saputo dare la vita, ma sono letteralmente una tomba. 

Una vergogna indicibile. Mi hanno lasciato con mia figlia morta in grembo e la pancia che sporgeva per tre giorni prima di farmi partorire.

Come portare in giro una pancia che non sta nei pantaloni perché dentro c’è tua figlia, morta e calcificata?

Ma dovevo tenere duro.

Poi il parto. Vero s’intende. Per me più complicato perché due volte cesarizzata.

‘Potrebbe lacerarsi l’utero, potrebbe perdere l’occasione di diventare ancora madre, potrebbe essere l’ultimo figlio.’

Perché la medicina quando deve dirti la verità non fa molti sconti.

Ho partorito sapendo che stavo dicendo addio a mia figlia, pregando di non perdere altre occasioni e sognando altri figli.

Poi l’appagamento. Perché un parto naturale, pure con la morfina (che tanto alla bambina non nuoce più), medicalizzato e asettico, ti rende madre e lì assolvi il tuo compito, esprimi la tua utilità, ti misuri con la tua natura.

Nella stanza da sola, svuotata e madre di uno scarto da laboratorio, ero felice di avere ancora ‘tutti i miei pezzi al loro posto’.

Poi è arrivata LEI. Con un rimbombo che ha risuonato per settimane, è arrivata l’ASSENZA.

A braccia vuote, dicono.

Già… quanto pesano quelle braccia vuote.

E’ finita, dicono.

Macché, è solo l’inizio.

Perché poi ci sono i conti. Una donna fallata, guasta, una tomba, un turbine di emozioni che non ha nome né posto e il resto della vita di tutti i giorni.

Sembra una parentesi conclusa. Punto e a capo, è finita, andiamo avanti, oltre.

Eh no.

C’è da riordinare, da mettere a posto, da piangere e trovare il tempo e il modo di apparire come sempre, perché non c’è uno spazio per la maternità luttuosa, esiste a malapena uno spazio per la maternità ordinaria.

Il ciclo, il capoparto… Il seno a cui va detto di ritirarsi, i chili che restano, i miei occhi segnati, vuoti, amari, bagnati, sempre.

Mi danno l’opuscolo di un’associazione che tratta di lutto perinatale. Scrivo loro, aspetto ancora una risposta. Prendo le informazioni che mi sono utili sul sito. 

Seppelliamo nostra figlia.

Giro in questo sito, un luogo di dolore e di raccolta dei dolori altrui, finché chiudo: grazie delle informazioni, ma non fate per me.

Io non ci sono. Non sono in nessuna strategia di sopravvivenza. Non ce la faccio: appuntare la data della nascita/morte per vederla scorrere ogni anno su quella schermata per tutti gli anni a venire, entrare in gruppi di donne/famiglie dolenti per dolersi insieme. Guardare verso il cielo per cercare, angeli, stelle cadenti, meteore o i palloncini che lanciano tutti insieme, seguire le scie di luce, per poi ri-nascere.

Rinascere… come si fa a volere rinascere quando tuo figlio è morto? Io non voglio rinascere: voglio continuare a vivere con tutti i pezzi del mio essere, anche lo stramaledetto dolore.

Che si trasformerà, lo dicono, allora in che modo si compirà la magia? 

Tempo. Quello è l’ingrediente.

Concepiamo subito un altro figlio: lo sogno, lo anelo, lo respiro, mi concentro lì e la mia morte ha senso perché capita. Capita a tanti e di più a chi non si accontenta dei figli che ha, ma ne vuole di più e allora per il gioco dei grandi numeri…

15 settimane, ogni giorno un sospiro e un sorriso. Paura e gioia, altalenanti.

Lo so, anche questa volta. Compro un apparecchio che rileva i battiti cardiaci del feto. Un eco vuoto. Non voglio crederci, non posso crederci, ho bisogno di tempo per trovare la forza. Due settimane questa volta. Una figura priva di battiti sul monitor dell’eco. Ce l’ho stampata a fuoco: sembra Cristo in croce.

La procedura è la stessa, ma questa volta la cura inferiore: l’ospedale è pieno e la placenta non si stacca.

La tirano via con le pinze. Un pezzo alla volta.

Non sono felice e appagata del mio essere madre. Non questa volta, nemmeno per un istante.

Sono una tomba perpetua.

Adesso sì che ho bisogno di aiuto, perché so che potrei perdermi. 

Il corpo cede, mi mollano la circolazione, la schiena, la testa… sono un dolore unico.

Le mie figlie sono MORTE!

Chiamiamo le cose col loro nome: partiamo da lì.

Smettiamo di indorare la pillola, proprio noi che professiamo quanto sia controproducente la consolazione.

Perché dirsi di avere degli angeli al posto dei figli non è come dirsi che qualcosa di buono, alla peggio, lo si è compiuto?

Speciali. Madri speciali, di figli speciali. Così li chiamano.

E allora i figli che si rincorrono in salotto cosa sono? Appena normali perché non morti?

Per una donna come me, già madre, non c’è spazio per il dolore: “Cosa fai, piangi per chi tanto non era nemmeno un figlio e alle figlie di cui non ti stai curando chi ci pensa?”

Così essere già madre squalifica dalla pena
Questo senso di colpa/responsabilità che la nostra cultura riversa sul ruolo genitoriale è speciale nell’inglobare esistenze mediocri e infelici.

Io posso abortire, perché tanto ne ho altri. Io non devo soffrire, perché tanto ho di chi posso gioire. Io non posso ritentare: che faccio, non mi accontento di ciò che ho? Le mie morti non mi hanno impartito una lezione sufficiente? Non penso a chi c’è?

No. Non penso a chi c’è. Non posso pensare a chi c’è, perché se lo facessi rinnegherei chi non c’è.

Almeno io non posso e non devo rinnegare chi non è mai esistito per alcuno, chi non ha alcun valore, chi è ridotto ad uno scarto di cui non curarsi più.

Se vivo per chi c’è, posso anche morire per chi non c’è.

Perché ogni figlio ha lo stesso valore di un figlio. La sua importanza non si conta in base al numero dei respiri, semmai il rimpianto cresce sul numero dei respiri che non ci sono stati.

Io sono la formula della mia vita fertile
Io e ciò che voglio sia la mia vita.

Io che SCELGO.

Scelgo cosa tenere e cosa buttare.

Scelgo se sentirmi una tomba o una madre.

Scelgo se piangere o ridere.

Scelgo se essere arrabbiata oppure no.

Secelgo se ACCETTARE – ACCETTARMI.

Scelgo di vivere anche senza il controllo sulla mia vita.

Scelgo FIDUCIA – SPERANZA – CORAGGIO

lutto perinatale

Sono padrona della mia esistenza, dei miei pensieri, dei miei figli, del mio destino, della mia storia: scelgo io dove andare senza la pretesa di arrivare.

E ripiegare… Quei Piani B. Ma quanto mi fanno stare bene i piani B!

Sono quelli che mostrano fino a che punto sono adatta alla vita, di che pasta sono fatta, di quali risorse dispongo!

La mia vita è una lunga serie di Piani B.

L’ho preso tutto quello stramaledetto dolore. L’ho ingoiato, pianto, macinato, fin nella carne.

Una mattina mi sono guardata allo specchio e sono stata fiera di tutte quelle rughe nuove, di quei chili che mi avevano lasciato, di quello sguardo che non era più come lo conoscevo. Dentro c’erano anche loro.

Io sono la dimostrazione della loro esistenza. Io, sono madre di cinque figli.

Cinque. 

Li porto tutti con me: alcuni li vivo fisicamente, di altri porto l’assenza e il dolcissimo ricordo di essere stata loro.

Non può esserci più dolore del dolore della morte stessa. Poi può esserci tutto il buono che quel tratto di vita ha portato con sé.

E lì c’è il grosso della madre che sono, della donna che sono. Non sarei io senza di loro. Certo avrei voluto farne a meno! Certo che non mi sarebbe dispiaciuto restare nell’ignoranza di cosa sia la morte di un figlio! Ma ci sono cose su cui non ho il controllo… spetta a me solo decidere che fare di tutta la pena che portano. 

La ricetta è passata attraverso la legittimazione del mio essere madre. Non ero capace di concedermelo da sola, non ci credevo, nemmeno io così ancorata a quelle consuetudini antiche. Mi sono dovuta documentare, ho imparato, ho accettato.

Ho scelto di vivere per me.

Ogni giorno faccio quello che chiamo ‘giochino’. La sera, soprattutto in quelle sere di fatica e ansia per il futuro, conto le cose belle nella giornata.

Almeno una c’è sempre, allora il valore di quel giorno di fatica è quella piccola cosa. Mi addormento rincuorata perché so che anche l’indomani avrà il suo valore, ma lo scoprirò solo vivendo!

 

Erika, nata a Genova il 28 febbraio del 1976, con l’arrivo della secondogenita decide di rinunciare alla sua carriera di precaria nel mondo del lavoro per dedicarsi completamente alla famiglia.
Nel 2011 perde due figli durante l’attesa, in seguito a questa questa esperienza pubblica “Questione di biglie” e apre il blog omonimo.
Nel 2012 nasce il suo ultimo figlio e sente l’esigenza di raccontare anche la parte più luminosa della maternità: pubblica il libro “Professione MAMMA” e apre Professione MAMMA blog.

 

By | 2018-03-27T17:08:17+00:00 5 novembre 2015|Ricette di vita fertile|4 Comments