Oltre la superficie

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Quello che si vede è la superficie. C’è di più, oltre la superficie.

Ho visto subito un bimbo allegro, solare, sempre pronto a scherzare, ridere, saltare, ballare e cantare. 

Poi sei arrivato a casa. Ed ho cominciato a vedere oltre la superficie.

In superficie le manifestazioni di affetto plateali e indiscriminate, più in profondità la paura di non essere al sicuro con nessuno. In superficie il chiedere a tutti “ma tu mi vuoi bene?”, in profondità la paura di essere abbandonato di nuovo, l’idea di non valere abbastanza, di essere cattivo.

Ho visto il bisogno di avere il controllo, l’energia spesa a sapere cosa succede fra 5 minuti, dopo pranzo e domani, e sabato e la settimana prossima. Ho visto la necessità di sapere se la strada che percorriamo per tornare a casa è la solita, quella che conosci e che ti dà un minimo di tranquillità nel tuo nuovo mondo caotico e sconosciuto.

Sei affettuoso, premuroso e gentile. Abbracci, baci, tocchi, ti stringi a tutti. Apparentemente senza paura, vai con tutti.

Poi sei arrivato a casa. Ed ho cominciato a capire.

Ho cominciato a sentire il dolore sordo che hai dentro, che hai dissociato dai ricordi dei fatti che racconti. Parli della tua vita in istituto e non esce una lacrima, parli degli abusi, della rigida routine e delle punizioni mentre sorridi. 

Non credo che ancora tu possa aver interiorizzato che non hai fatto niente di male, che non ti sei meritato niente di quello che ti è successo, e che quelle erano ingiustizie, crudeli abusi di gente senza cuore o, peggio, animata da un’idea contorta di educazione. Non credo che tu sappia di meritare amore e affetto.

Te lo ripeto in continuazione ma quanto possono contare le parole? Un giorno eri in una famiglia e il giorno dopo eri in istituto. Come potrai fidarti ancora di un adulto?

Io ho visto un bimbo che non piange mai, che non vuole saperne di ammettere quando è stanco, quando sente dolore – fisico o psicologico – ha fame, ha sete o ha sonno.

Io ho visto un bambino che vuole essere indipendente, che non vuole disturbare o dare preoccupazioni. Perchè questo ti ha permesso di sopravvivere.

Io ho visto un bambino che si infligge dolore perchè “tanto ci sono abituato”.

Io ho visto un bambino terrorizzato di tutto, liberato dalle catene di un mondo assurdo e senza idea di cos’è un ambiente con confini morbidi e angoli smussati, mostri di cartone e cattivi che vengono distrutti da un bacio e un abbraccio di mamma.

Io ho visto un bambino che sta più comodo negli stimoli dolorosi piuttosto che in quelli piacevoli. Ho visto un bimbo che fa fatica anche a sorridere spontaneo e tiene d’occhio tutto e tutti nel terrore che da qualche parte ci sia qualcuno che possa fargli del male.

Ora ti vedo. Vedo oltre la superficie.

Vedo che tu mi hai fatto un dono. Hai condiviso con me il tuo dolore, fatto di paura, di ansia, di rabbia. Lo hai fatto subito, mi hai vomitato addosso le cose peggiori. Hai fatto in modo che mi sentissi come tu ti sentivi.

E io quelle cose le ho sentite. Addosso, anzi dentro. Sono diventate mie. Ho avuto paura, ho provato ansia e tensione, ho sentito la rabbia dentro di me.

Sono stata forse poco affettuosa, non riuscivo ad avvicinarmi a te come avrei voluto, ho avuto il terrore di fare qualsiasi cosa, temevo le tue reazioni. Tu non eri e non sei solo il tenero bambino che ha bisogno di amore e coccole, sei il bambino ferito che ha bisogno di capire dove è, con chi è e cosa succede domani.

Ho visto che l’amore ti brucia, perchè non ci sei abituato e allora preferisci stare nell’ombra. Uscire dalle tenebre richiede tempo e pazienza. La luce può sembrare pericolosa, all’uomo vissuto al buio per una vita.

Ho visto il tuo bisogno di sicurezza, e anche se non sono riuscita sempre a soddisfare quel bisogno, so di aver fatto ciò che potevo. Ci sono stata, ci ho provato, ho continuato, pur negli errori e nei dubbi costanti, sono cambiata. Quando ho avuto più energie le mie risorse sono aumentate. Tu mi hai messo alla prova, e poi mi hai aspettato. E piano piano ci siamo avvicinati.

Anche oggi, dopo meno di un anno insieme, ti svegli e mi dici che hai sognato di essere in istituto e che non saremmo venuti più a prenderti. Mi dici che a volte ti svegli e non vedi la nostra stanza, e hai paura di essere ancora là.

Chi ti può assicurare che il giorno dopo non ti riportiamo in istituto? Non ti sei potuto fidare di nessuno per anni, come possiamo essere figure di riferimento per te?

Abbiamo dovuto lottare, ognuno contro i propri demoni. I miei mi facevano pensare che la fatica di volerti bene significasse che non ero una brava mamma. I tuoi ti facevano cercare vie d’uscita ovunque, ti facevano opporre a tutto, e ti impedivano di lasciarti andare ed abbandonarti.

All’inizio non capivo perchè ce l’avevi con me. O meglio lo capivo ma non lo riuscivo ad accogliere con serenità. Adesso me lo spiego così: hai deciso di condividere con me il tuo fardello, di vedere se potevo portarlo insieme a te.

Prima di ora hai dovuto fare da solo, tenendo dentro il dolore e le emozioni, perchè nessuno aveva voglia, tempo o la capacità di ascoltarti e accoglierti. Poi sono arrivata io e ti ho detto che volevo essere la tua mamma per sempre. Tu hai abbassato le difese, mi hai fatto entrare nel tuo mondo, nel tuo passato, e ora siamo il presente, l’uno per l’altra.  

Per questo non ti ringrazierò mai abbastanza. Lo so che fa male e che sei sempre pronto a tirare su le difese, ma insieme ce la faremo. Io per te ci sono e ci sarò sempre.

Quello che si vede è la superficie. C’è di più, oltre la superficie.

By | 2020-05-06T12:39:00+00:00 6 maggio 2020|Adozione|0 Commenti