Mamma di pancia, mamma di cuore

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Con quale termine discriminare fra una mamma biologica e una mamma adottiva in maniera simpatica e immediata per un bambino? La mamma biologica è la mamma di pancia. La mamma adottiva è la mamma di cuore. Bello. Così non si fa confusione. E’ semplice e si usano termini che il bambino può capire.

Ma qualcosa non mi torna.

Non mi torna nemmeno chiamarla in modo diverso da “mamma”.

La signora, la donna che ti ha fatto nascere. La genitrice, la madre che non ha saputo diventare mamma.

Per me adottare è abbracciare non solo i frutti di una storia dolorosa, ma anche le radici di tutto ciò, allora vorrei essere in grado di dare un nome familiare, intimo, ad una persona che sarà sempre nelle nostre vite, perché è stata nella vita di nostro figlio. Adottare è accogliere un bambino consapevoli non solo del dono che esso rappresenta, ma anche del dolore dal quale quel dono nasce. E la vita che c’è prima, durante e dopo quel dolore è il dono di una mamma (e di un papà).

Come poi vada la storia, che direzione prenda e quanta sofferenza crei il fallimento relazionale e sociale che porta infine all’adottabilità di un bambino, all’origine ci sono una mamma (un papà) e un bambino. Non una signora tal dei tali, o una donna qualsiasi. C’è una mamma.

Questo non significa a mio parere elevare o santificare una gravidanza, magari inconsapevole, non desiderata, rifiutata, sconsiderata. E non significa nemmeno sollevare la mamma che ha dato la vita dalle sue responsabilità o non riconoscere che non abbia potuto fare la mamma a causa dell’assenza di sostegno del papà, della famiglia e della società tutta.

C’è da riconoscere, però, come il bambino abbia vissuto e sperimentato quella gravidanza, quella mamma (e quel papà): come il suo tutto.

Dunque per quale motivo chi dà la vita non può essere chiamata mamma? Agli occhi del bambino lo è, e deve poterlo rimanere. Anche perché da ciò dipende la sua autostima e la possibilità di guardare un giorno a quel momento della propria vita con occhi, se non sereni, meno tristi/arrabbiati/corrucciati. Da questo, anche da questo, dall’uso delle nostre parole, dipende parte della sua elaborazione del lutto, della perdita, del trauma. Da questo dipende la sua identità e il suo senso di autostima.

Non sarà che proprio io che dico di non sentirmi sminuita di fronte al legame di sangue, di poter generare amore e appartenenza anche senza partorire quel figlio, in fondo ho bisogno di qualcosa di più forte a difendere la mia identità? Forse non posso o non voglio trovare qualcosa che mi lega a lei, non posso e non voglio identificarmi con colei (o coloro, dato che c’è anche un padre, in origine) che ha dato a mio figlio l’esistenza. Me lo sono chiesto.

E’ una necessità del bambino? E’ meglio per lui?

Soffrirà meno se la chiamerò diversamente da “mamma”?

Se invece accetto di chiamarla mamma, perché devo dire che lei è la mamma di pancia? Non potrebbe forse aver messo anche lei il suo cuore nell’essere genitore? Cosa ne so io? E anche se so che lei non ha fatto niente per meritarsi di essere chiamata mamma, non voglio relegare il suo contributo alla nascita di mio figlio all’essere un mero contenitore fisico, una pancia.

E’ proprio giusto per lui vedere lei nella pancia e me nel cuore?

Per quale motivo devo darmi l’appellativo di mamma “di cuore”? Non gli ho dato la vita, non l’ho contenuto nella mia pancia, non ho sentito nella carne e nel sangue la sua crescita, il suo prepararsi a portare nuova luce nel mondo, ma l’ho sentito farsi strada dentro di me. Quando l’ho visto per la prima volta, quando l’ho abbracciato, quando abbiamo cominciato a conoscerci e a riconoscerci, ad accettarci nei pregi e nei difetti, l’ho sentito colpire forte la mia pancia, bussare al mio cuore e farsi spazio dentro di me.

La mia maternità non deve essere definita solo come uno sforzo e un impegno di testa e di buona volontà, ma anche un desiderio del sangue e della biologia. Non è questo che spinge avanti in un percorso – quello adottivo – in cui la logica e la sanità mentale sono spesso minacciate da un sistema necessario ma spesso intriso di lungaggini e burocrazia? Con cosa, se non con la pancia, si supera tutto e si va avanti nell’attesa infinita della chiamata che ci annuncia che siamo stati scelti per diventare i genitori di un bambino?

Non è solo il cuore, ma è anche la pancia che ti fa diventare genitore adottivo. E non è solo la pancia, ma anche il cuore, che ti fa diventare genitore biologico.

Quello che ci sta intorno, prima e dopo, definisce meglio i contorni e la storia, e non può essere dimenticato o tralasciato. Ma i termini “mamma di pancia” e “mamma di cuore” non mi rappresentano.

Mio figlio ha due mamme. Una lo ha fatto nascere e una lo accompagnerà per sempre nella crescita e nella realizzazione del suo futuro.

Verso di lei nutro sentimenti di gratitudine, oltre a tanto altro che ancora devo elaborare. Mio figlio non so, sarà lui a parlare della sua storia. Spero solo di dargli il giusto supporto e l’accoglimento di qualsiasi sentimento dovesse provare per lei, ora e nel futuro.

Le parole sono importanti. Ho scelto di chiamarla mamma.

By | 2020-06-17T08:51:12+00:00 16 giugno 2020|Adozione, Riflessioni|0 Commenti