Lutto perinatale: quando il dolore diventa una trappola

Home | Mondo perinatale | Guest post | Lutto perinatale: quando il dolore diventa una trappola

Lutto perinatale: sentimento di profondo dolore causato dalla morte di un figlio avvenuta fra le 28 settimane di gestazione e il primo mese di vita.

Lutto perinatale, le due parole che ho trovato sul web quando sono tornata a casa dall’ospedale, dopo avere partorito una piccola bambina che già non viveva più.

Nonostante la definizione convenzionale ponga paletti temporali piuttosto rigidi, non si fanno discriminazioni nel campo del lutto perinatale. Tutti i genitori sofferenti per la morte dei loro figli durante la gravidanza sono accolti, poiché si sa che il loro dolore non dipende dall’età dei loro bambini.

Da allora sono passati alcuni anni e quel dolore si è trasformato e trasformato ancora, molte volte, fino a non riconoscerlo più.

In verità quel dolore non mi calzava affatto. Se ne stava addosso a me come se fosse una tuta da sci intera, troppo stretta, alla quale si fosse inceppata la cerniera.

Sgusciare via da quella tuta era impossibile e ciò mi provocava grande frustrazione!

Chi mi voleva bene mi guardava impotente: non sapeva cosa fare, cosa dire, nemmeno fra di loro c’era qualcuno capace di aprire quella cerniera.

Tutti gli altri invece nemmeno notavano la trappola in cui ero imprigionata. Mi osservavano con stupore, incapaci di capire.

Ad un certo punto mi è stato chiaro che non ci sarei riuscita: quella cerniera non si sarebbe aperta, nemmeno a tirare e strattonare con tutto il mio vigore!

Potevo scegliere se tenermela addosso e portarla con me come uno strato indissolubile, oppure provare a scucire, pezzo per pezzo, tutto quanto il modello.

Così ho cominciato ad osservare il cammino delle cuciture. Speravo di trovare una piccola imperfezione a cui appigliarmi per provare a sfilare qualche punto.

Di imperfezioni ce ne erano parecchie.  

Per esempio sulle spalle, a tirare fino a farmi diventare gobba, ripiegata su di me, c’era tutta la vergogna d’essere più una tomba per i miei figli (infine sono due i figli persi durante la gravidanza), piuttosto che una madre.

Si sa che le donne abbiano in dono il potere di generare! Si sa che nascano per quello e che esprimano pienamente il loro potenziale proprio quando una nuova vita esce da loro.

Io invece ero fallata. Proprio guasta. Solo io e proprio io… perché invece tutte le altre donne riuscivano: loro sì che avevano il dono di generare!

Tranne quella mia amica: a lei era capitato di generare un figlio affetto da una malattia rara incompatibile con la vita.

Anche l’altra mia amica: lei lo aveva perduto presto e non avevano capito perché.

Poi c’era anche la mamma di quella mia amica! Anche a lei era capitato… per non parlare di quella ragazza che non vedevo più da tanti anni: lei era andata all’ospedale per partorirlo, era fatta! Invece è morto mentre stava nascendo.

Santo cielo! Allora non sono l’unica! Accade spesso? Quanto spesso?

E mentre studiavo le statistiche ecco che qualche punto si sfilava, la schiena si raddrizzava e la vergogna scompariva.

Mi domandavo perché non si sapesse.

Ditelo forte: le donne non sono onnipotenti!

Nessuna di noi ha il potere di dare la vita. Piuttosto possiamo impegnarci affinché essa cresca e poi nasca, ma nessuna di noi sa se ciò basterà.

Mi resterà il dubbio di sapere se, conoscendo questa verità, senza doverla scoprire andando a caccia delle imperfezioni nella trappola che indossavo, sarebbe stato più facile. Forse perfino meno doloroso.

Beh, in tutta onestà io penso di sì.

Penso che ci sia una serie di imperfezioni nella tuta che intrappola dentro il dolore di questa morte, che devono essere espresse chiaramente, così che possiamo liberarci subito da alcune costrizioni inutili.

Le imperfezioni più significative dipendono dalla nostra cultura, dalla difficoltà che la nostra cultura ha ad affrontare la morte e dall’idea che ha della donna e del suo ruolo nella società.

A partire da questi elementi, si resta prigionieri nella solitudine di un dolore che fatica ad essere espresso, non trova riferimenti, né corrispondenze fra gesti e pensieri.

Nei prossimi articoli proverò ad affrontare una imperfezione alla volta, mostrandovi come sono riuscita a scucire tutta quanta la tuta da sci in cui era incastrata, riacquistando la mia libertà di movimento e soprattutto di pensiero.

Erika Zerbini

http://www.luttoperinatale.life/

http://www.professionemamma.net/

By | 2017-05-15T13:27:43+00:00 13 febbraio 2017|Guest post, Mondo perinatale|0 Commenti