Come nella vita, così è nell’adozione. Non esiste una legge di compensazione, non hai diritto ad applausi, tappeti rossi e petali di rosa che piovono dal cielo al tuo passaggio, solo perchè arrivi da una storia non facile o da un percorso accidentato. Sei solo uno dei tanti casi umani, e nemmeno dei più strappalacrime. 

Chè poi loro non si sa se le vogliono vedere, le lacrime.

Scusate, le volete vedere o no?

Secondo me le vogliono. Quando racconti di te, devi far capire di aver sofferto, sennò c’è qualcosa che non va. Ma devi anche aver rielaborato la sofferenza, perchè loro vogliono che tu dimostri la tua completa dedizione e spirito di sacrificio, la tua capacità di decidere le priorità come un vero genitore e il tuo senso di abnegazione. Se soffri, sarà difficile che tu riesca a svilupparle, queste caratteristiche.

Benissimo, ci sta. 

Me ne rendo conto: è una grande responsabilità, adottare un figlio, e queste qualità in un genitore sono importanti. La nostra la chiamano genitorialità riparativa. Qualcosa si è spezzato, e deve essere ricomposto, in un bambino che ha subito la ferita dell’abbandono, indipendentemente da quando questo è avvenuto. E ci deve essere la consapevolezza che con l’adozione l’obiettivo non è fare in modo che il bambino viva come se ciò che c’è stato non fosse mai successo, ma in modo che ciò che c’è stato abbia il suo spazio, e venga ricomposto e arricchito da quello che viene dopo. Una storia difficile deve diventare una storia positiva. Per noi e per nostro figlio.

Il bambino adottato ha bisogno di una famiglia che sappia esserci, ed esserci, ed esserci, anche quando la ferita che il figlio porta su di sè ricomincerà a sanguinare, dopo essere stata riaperta dall’offerta di accoglienza e di protezione che noi facciamo. Non si può certo arrivare impreparati: nostro figlio ci metterà alla prova. In fondo, perchè dovrebbe fidarsi? Perchè dovrebbe amarci? E se noi prima o poi lo abbandonassimo come hanno fatto i genitori biologici? Se loro lo hanno abbandonato, chi gli assicura che degli estranei non lo faranno?

 

Dire ma non dire, scegliere ma non scegliere

Ho avuto la sensazione che ai professionisti dell’adozione sia necessario non dare l’impressione che tu lo voglia troppo, altrimenti si preoccupano. Allora vuol dire che lo fai per riempire un tuo vuoto, per colmare un tuo bisogno, una tua necessità interiore, e forse non sei così disponibile o attrezzato ad accogliere i bisogni e le necessità di colui o colei o coloro che vivranno con te. E’ normale che tu voglia un figlio, ma devi soprattutto voler dare la possibilità ad un bambino di avere una famiglia che lo accoglie: le due cose sono diverse. E se c’è troppa sofferenza personale o un desiderio egoistico alla base della scelta di adottare allora la prospettiva è adultocentrica. E non va bene.

Bene, lo capisco. Ci sta.

Potresti avere in testa un’immagine idealizzata del figlio, come fosse quel pezzo del puzzle che ti serve per ricomporre la tua immagine allo specchio e di fronte alla società. Troppe aspettative e troppo profonda la richiesta che poni al figlio, così facendo. E poi, là dove andrai ad incontrare tuo figlio, non c’è quel bambino che cerchi, ma ce n’è uno diverso, più grande, più piccolo, più brutto o più malato di come lo vuoi o di come lo pensi. Devi aprirti al bambino reale. I colloqui del percorso adottivo servono a questo.

Devi desiderare di adottare, dire che lo vuoi, certo, assicurare loro che non fai tutto questo per puro masochismo. Un pò di desiderio ci deve essere. Però devi far capire tra le righe che tutto sommato puoi vivere anche senza, che sei una persona psicologicamente stabile, anche senza un figlio, senza la famiglia che ti eri immaginato. E’ un gioco di equilibrismi, di fronte a loro, che non sai mai come prenderanno le tue parole, e dentro di te, rispetto a chi sei e come affronti il viaggio dell’adozione.

E devi far capire che il bambino che sei disposto ad accogliere va bene più o meno grande, più o meno malato, più o meno di questo o quel sesso, più o meno abbandonato, lasciato solo, abusato. Devi decidere se lo vuoi con o senza handicap, decidere se la sordità va bene più della cecità, se figlio di alcolizzati è meglio di figlio di genitori affetti da HIV, e così via. La fiera dell’assurdo, dove sei chiamato a un gioco di scelte che nessun essere umano dovrebbe essere chiamato a fare. Perchè le tue scelte significano che un bambino rimane, e uno viene via con te. Solo per via della tua scelta, che non hai gli strumenti per poter fare in piena coscienza. Come si fa a decidere di queste cose? Ma bisogna farlo, nell’adozione. Essere genitore è un lavoro duro.

Palatoschisi? Strabismo? Ritardo neuro-psicomotorio?

Ah, lo volevi sano? No, mi dispiace, di sani non ne abbiamo. Ma si sa, avere una famiglia che ti ama cura tante cose, e sarà incredibile vedere vostro figlio prendere dieci centimetri in altezza e diversi chili di peso nello spazio di pochi mesi con voi. Un sacco di problematiche psicomotorie si risolvono altrettanto velocemente.

Quelle assurde scelte le devi fare pur sapendo che nessuna di esse ti aiuta a farti un’idea di chi incontrerai. Tutto è nebuloso, e devi essere aperto, flessibile, per essere un genitore adottivo, ma non troppo, non puoi lasciare che il desiderio di fare una famiglia ti faccia fare scelte che non ti appartengono. Le tue scelte sono promesse, e andranno mantenute.

 

Lo studio di coppia

Non ti puoi aspettare che la psicologa e l’assistente sociale notino e sottolineino i vostri punti di forza, come individui e come coppia, se non marginalmente. No, loro devono identificare le criticità.

Bene, lo capisco. Ci sta.

Eppure non serve a niente capirlo, ti scoccia comunque quando, alla fine di tutto, ti dicono “non scriveremo una relazione negativa“: perchè vuol dire che non sarà positiva. Ti senti giudicata. E non è una bella sensazione. 

La verità è che tu hai pensato che essere onesta e sincera fosse la tua migliore arma. Eri orgogliosa del tuo percorso, di come insieme a tuo marito sei uscita dal tunnel dell’infertilità fisica e hai trovato la tua generatività in altri luoghi, personali e professionali. Anche geografici.

E non ti sei resa conto che stavi facendo l’esame più importante della tua vita: ma quando mai dire al professore che non sei preparato su un argomento ti permette di passare l’esame? Fingi, usa il potere della supercazzola, intortalo ed esci di lì prima che si possa rendere conto che forse il 30 non lo meritavi. L’onestà non paga. O forse sì.

Adottare è dimostrare di saper amare, senza essere mai stato innamorato (perchè l’amore fra coniugi conta, ma poco). E’ dimostrare di saper amare avendo dalla tua solo qualche esperienza di affetto familiare, di cura, di reciproco sostegno e di sacrificio che impallidisce al confronto del magma di cose che affronta, quotidianamente, un VERO genitore, delle cose che dà, che si strappa dal cuore e dal corpo, e che prontamente offre ancora ai propri figli il giorno dopo. 

Adottare è millantare di saper essere un genitore, prima di diventarlo. E’ come dire di saper pilotare un aereo perchè sei un campione di simulazione di volo ai videogame.

E il bello è che, per quanto quella settimana mi sia sembrata lunga un mese, alla fine a me i colloqui con la psicologa e l’assistente sociale sono piaciuti.

Mi sento cresciuta, ho approfondito la mia comprensione del percorso che abbiamo intrapreso, di me come persona e di noi come coppia. Stiamo utilizzando gli spunti di riflessione che ci sono stati offerti, in preparazione al colloquo col Giudice, e utilizzando i nostri contatti con le associazioni e i genitori adottivi.

Non so se mi sento in grado di essere un genitore adottivo, so che sento un amore grande dentro di me, che voglio condividere. E’ un amore che straborda, che rompe gli argini e supera i confini della coppia. Sento che sono troppe le cose brutte che gli adulti in tutto il mondo fanno ai bambini, con l’implicita scusante del “sono i miei figli“. Ho voglia di essere un adulto che ascolta, che educa con l’esempio, che fa da parapetto alle mareggiate che verranno, che incassa i pugni nello stomaco e che non reagisce pensando ai propri figli come ingrati. Voglio essere un genitore che non prende le cose sul personale, e che ama anche quando i figli non sono come vorrebbe che fossero, che vuole bene in maniera incondizionata. Voglio essere un genitore che ripara e che accoglie. Non so in che misura riuscirò ad essere questo genitore, ma ci proverò. Di sicuro so che sarò imperfetta e che sbaglierò, come tutti.

Andiamo avanti, nella consapevolezza che se son rose…pungeranno. Prima di fiorire.

 

Questa è una riflessione a seguito dei colloqui fatti a Febbraio con i professionisti che redigeranno la relazione di coppia per decidere della nostra idoneità come genitori.