La non-ricetta di Raffaella

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Quando Carmen mi ha chiesto di raccontare la “mia ricetta di vita fertile”, ho tremato. Non sono una donna che segue “ricette”, neanche quando cucino.

In realtà, non sono neanche una brava cuoca. Non so cucinare, sbaglio gli ingredienti, me ne manca sempre qualcuno e di solito reinterpreto dosi e tempi di cottura con risultati vicini al minimo sindacale di accettabilità. Con metodica costanza, però, impiego la mia imperfezione, in quasi tutti gli aspetti della mia vita, compresa, la fertilità.

C’è un mondo dietro alla fertilità imperfetta. Che ci si definisca diversamente fertili, o madri di pancia, o madri di cuore, o semplicemente, donne pervase da un desiderio procreativo che annebbia la vista e avvelena l’anima, il nostro mondo è fatto di vuoti, di assenze che gridano, difficili da zittire. Eppure, la mia è una storia bella. Una storia che non ha niente a che fare con la meritocrazia, niente che mi faccia essere più brava di altre, semmai, semplicemente più fortunata.

Sono stata fortunata. Sfacciatamente fortunata. Sono riuscita ad avere mio figlio. Non tutte le donne in cerca di un figlio ci riescono. Per questo motivo e per i motivi di tutte quelle brancolano nel buio dell’infertilità, vorrei urlare, al loro posto e dire “Non è colpa tua se cerchi tuo figlio in età avanzata, né se la tua capacità ovocitaria è scarsa. Non è colpa tua se tarda ad arrivare”.

La mia storia ha un nome, ed è quello meraviglioso, del figlio nato da due cuori, una provetta e una cicogna tecnica, ma molto tecnica. In un blog parlo dei mille modi diversi di essere madre, dei mille modi di essere donna, ferita e rinata. In un libro, parlo dei sentimenti e delle emozioni che ruotano attorno, intorno e dentro, una coppia che cerca un figlio che non arriva.

Carmen mi chiede di raccontare “ la mia ricetta”, ma, se mi guardo indietro, mi accorgo di non averne. Non ho una ricetta, non ho consigli, né certezze. Conosco solo il viaggio verso il baratro. Un viaggio che ha bisogno di una valigia, speciale.

Vorrei parlare di una valigia, la valigia dei sogni, quella valigia che porta con sé la gente che popola il mondo che ruota intorno alla scelta-non sempre libera- della fecondazione medicalmente assistita. E’ una valigia zeppa di cose.

Bisogna metterci dentro vestiti caldi che proteggano dal gelo dei fallimenti, impermeabili che lascino scorrere sopra la liquidità di certe lacrime amare, la leggerezza e la speranza, un pezzo delle vite vissute e un pezzo di quelle sognate. Un po’ di sano umorismo che serve a mandar giù quei rospi indigesti destinati, poveracci, a non diventare mai principi.

Occorre infilarci un po’ di tenacia e un po’ di pazienza, un po’ di sale, un po’ di pepe e un po’ di fortuna. Parecchia fortuna. Sì, perché l’esito del percorso è incerto; è imprevedibile in termini di risultati, difficile in termini di equilibri.

La sorte, e il suo contrario ci mettono spesso lo zampino e nonostante la prima sia cieca, il secondo ci vede benissimo.

L’infertilità, sterilità o qualunque nome si voglia dare alla difficoltà a mettere al mondo figli è una malattia e lo è nell’anima prima ancora che nel fisico. E’ la malattia del vuoto, il vuoto di qualcosa che non c’è. Il tipo di vuoto di cui parlo è simile al vuoto che si prova per una perdita, un abbandono, una morte. Ma è anche simile alla sensazione che si prova dopo una delusione, dopo un tradimento. E’ la sensazione di essere stati traditi, imbrogliati da quell’ordine, atavico e biologico, naturale, per il quale noi donne, siamo destinate a procreare e non riuscendoci ci vergogniamo sentendoci in colpa. Il vuoto che racconto ha a che fare con la percezione del tempo, con l’insostenibile peso del pensiero della fine. Il tempo che passa, inarrestabile, feroce, scorre verso qualcosa che non torna indietro, verso la vecchiaia, la morte. La mancanza di un figlio ti priva della possibilità di lasciare qualcosa di te, dopo di te, al mondo.

Occorre aver intrapreso il viaggio verso un figlio che non c’è, per capire che l’infertilità è la malattia del vuoto; l’assenza ti lacera come un lutto perdendo la proiezione che hai di te nel futuro.

Allora, quando questo vuoto ti assale, ti devi fermare e ti devi chiedere cosa sei disposto a fare per colmare il buco che senti. Puoi urlare a squarciagola, sbattere la testa contro tutti gli spigoli dei muri della tua e delle case altrui, spiccare dal calendario tutti i santi, compresi i patroni, ucciderti di moijto, toccare il fondo e poi riemergere e cominciare a preparare la valigia.

E’ difficile, è faticoso, ti devi confrontare con cose rispetto alle quali non avevi mai pensato di doverti confrontare. Avere figli, non averli, adottarli, ricorrere alla provetta o mandare al diavolo il mondo. Ti devi reinventare. Qualunque sia la scelta che si compie, il bagaglio da preparare e da riportare è pesante.

Qualunque sia il viaggio, sarà una prova di coraggio.

Sarà coraggioso accettare la propria condizione, come lo sarà intraprendere un percorso di procreazione medicalmente assistita, o riscegliere il proprio/a compagno oltre il progetto figlio, reimpostando il senso del vivere insieme.

La nostra valigia però, non dovrà più contenere sentimenti di colpa o di vergogna da nascondere sotto strati di segretezza.

Fortunatamente il mio viaggio, comprende un biglietto di ritorno in prima classe.  Un biglietto dai grandi occhi nocciola, e dai capelli color del grano che mi ricorda, ogni giorno, che sono una miracolata e che, in qualche modo, devo restituire la gioia che ho avuto. Come? Raccontando di me. Mettendomi a nudo, parlando per chi non ha più voce o troppo pudore per farlo.

Perché l’infertilità si appiccica addosso come un odore sgradevole e ci fa sentire difettate, incapaci di realizzare quello per cui siamo state biologicamente progettate.

In “Lettera a un bambino che è nato”, racconto la mia personale battaglia, per uccidere un drago più grosso di me. Carmen mi chiede la ricetta per vivere, sia che il drago sia stato vinto, sia che il drago continui a sputare fuoco.

Non ce l’ho, la ricetta. Ho solo conosciuto, l’esercito delle farfalle. Un esercito di donne meravigliose che, come me non hanno ricette, ma solo il coraggio di andare incontro alla vita, malgrado i pesi sul cuore. Farfalle che sono, comunque, madri.

Perché si è madre dell’idea del proprio figlio prima ancora che nasca, indipendentemente dal come. Si è del bambino nato dai propri geni, come di quello donato dai geni di un’altra/o, di quello uscito da un ventre biologico ma atterrato in uno materno, di quello perso, di quello andato e di quello ritrovato, di Caino quanto di Abele. Lo si è non ci si può fare niente.

Ecco, Carmen, io non ho ricette, ma conosco la forza delle farfalle. E, allora, se mi chiedi di raccontarti come è una vita fertile, ti rispondo dicendoti che:“Ciò che per la crisalide è la fine del mondo, il mondo la chiama farfalla”. Nel senso che, devi morire crisalide, per diventare farfalla. E tutto il dolore provato per mescolare ingredienti al fine di cercare il modo migliore per sopravvivere, ci trasforma e ci rende, bellissime. Malgrado tutto.

Mancherà sempre qualcosa, in fondo al cuore, ma sapremo sempre inventarci un nuovo ingrediente. Ti lascio con un racconto, dal titolo “Cosa manca”. Un inno alla forza e alla capacità delle donne di accogliere, sempre e comunque. E’ forse questo, l’ingrediente segreto delle ricette migliori.

Tu ed io non abbiamo mai guardato il mare insieme.

E la nostalgia mi aggredisce tendendomi il più brutto degli agguati.

Mi manchi e avverto la tua assenza come la peggiore delle perdite.

Dopo di te, questa sensazione di inquietudine, di attesa d’altro, per sempre.

Mi manca il figlio che non sei nato. Mi manca, l’insieme eterno di prime volte che non abbiamo avuto. Il senso di meraviglia infinita che è stato attenderti, anche per poco. Anche solo immaginare cosa ci avrebbe dato, guardarci, cosa sarebbe stato il tuo primo pianto, la prima parola, il tuo toccarmi.

E di nuovo guardarci e parlare e conoscerci. E sussurrare parole che hanno senso solo per una madre e per un figlio.

Non arrivo a pensarti come uomo. Siamo stati troppo poco tempo, attaccati.

Mi manca, non sapere.

Dopo di te, sapevo.

Sapevo che ci sarebbero stati giorni in cui avrei sentito le farfalle e poi un dolore sordo, che non avrei più portato il cuore gonfio di incanto che, non mi sarei più sentita sazia.

Essere paga è un esercizio che, dopo di te, non mi è più riuscito.

Ho provato ad adeguarmi. Senza successo.

Addosso la sensazione di aver sbagliato. La sensazione di un lutto che non ha fine.

Avrei voluto essere tua madre. Non la madre di un altro bambino. La tua.

Cucirti maschere per proteggerti il viso, galleggiare su barche di carta, dipingere di verde il tempo.

Invece, c’è questa madre, che madre non è, questa donna senza fondo che si cerca ancora e ancora e balla scalza sulla tomba di ciò che non è stato.

E ti sogna, malgrado, il tempo.

Ho vissuto altre prime volte.

Mille. Ho fatto il pieno di tristezze inspiegabili, di giorni lunghi e di domani che promettevano lusinghe.

Sono stata una donna dagli spigoli tondi che ha perso suo figlio nel ventre e che per tanto tempo non ha saputo scegliere tra il farsi abbrutire dal dolore o farsi nobilitare.

Ho combattuto contro il senso di inadeguatezza, il senso di sterilità di chi crede di non riuscire a far passare la vita attraverso nulla di se stessa, non dalle idee, non dalle mani, né attraverso la memoria. Ma la fortuna di un’altra donna non è la mia sfortuna.

L’ho dovuto ricordare.

Ogni volta che rincorrendo un desiderio ho addomesticato quel latente, subdolo, graffiante sentimento, simile alla nostalgia, l’ho ricordato.

Ho vissuto altre mille vite, riempiendo i vuoti di un universo bucato.

Ho amato, vissuto, viaggiato, riso, bevuto, amato, amato, amato tanto.

Niente che possa, comunque, lenire la mancanza di te.

Nota biografica sull’autore:

Ho scoperto che mi piace scrivere quando, quello che pensavo fosse il mio lui, mi ha lasciata e destrutturata, e persa ho cercato dove non avrei mai pensato, scoprendo che non ero finita.

Ho ritrovato un’altra me, una a cui piaceva scrivere. Rimanevo pur sempre Raffaella Clementi, nata a Terni il 30.01.1970 e qui residente, impiegata presso il Comune della città dove vivo, laureata in Scienze Politiche all’Università degli Studi La Sapienza, laureanda in Sociologia presso la stessa, rimasta tale da tempo immemore, con qualcosa in più e qualcosa in meno.

In più, una famiglia bislacca, un cane, un blog dalle troppe m www.mammamimmononosolo.blogspot.it e un patentino da giornalista pubblicista. Una valigia per viaggiare e una casa dove ritornare.

Nel 2004 pubblico il mio primo libro “Resta dove sei” edito dalla Thirus e nel 2005 pubblico “Et voilà” edito dalla stessa casa editrice.

Amo gli aperitivi, il Natale, la spuma sul cappuccino, viaggiare, tornare. Amo mia madre, definita da mio marito il mio  fidanzato, la mia famiglia, il centro delle città. Amo la mia casa, il mio cane, le mie cose. Amo mio marito, un uomo il cui sguardo pesa grammi infiniti di principi e fini. Oggi amo lui, Daniele, mio figlio per cui ho scritto “Lettera ad un bambino che è nato”, edito da Imprimatur nel 2013.

Se vuoi contattarmi, scrivimi una email a: raffaellaclementi@gmail.com 

By | 2018-03-27T17:08:08+00:00 9 febbraio 2016|Ricette di vita fertile|2 Comments