La mitologia del pensiero positivo

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Atteggiamento positivo – conquistato anche attraverso la pratica della mindfulness – fede buddista ed un pizzico di testardaggine: questi sono gli ingredienti della mia ricetta di vita fertile. E oggi posso dire che la vita è bella anche quando si è infertili. Ma…

C’è un ma.

Di tutti i consigli e i suggerimenti ricevuti da persone ben intenzionate, ce n’è uno che non sopporto. E’ la frase “devi essere positiva”.  Parto da me e dalla mia infertilità per parlare di come sostenere qualcuno che affronta un momento di sofferenza o un lutto.

La mitologia del pensiero positivo si esprime nell’idea comune che un sorriso, il ripetersi che siamo forti o che non abbiamo nessun problema, sia il modo migliore per gestire i problemi della vita.

“Basta un poco di zucchero e la pillola va giù…e tutto brillerà di più”, diceva Mary Poppins. Magari bastasse così poco. Una pillola. Una frase che suona bene. Un sorriso. Cacciare giù il rospo in gola.

Il pensiero positivo, di per sè, non fa andare avanti, e non fa risolvere il problema, perché non affronta le emozioni e i pensieri che il problema crea. Infatti non si soffre per il problema in sé, ma perché ci si pensa incapaci di gestirlo, oppure perchè il problema rivela aspetti irrisolti della propria vita e perchè non si vedono vie di uscita. Nel caso dell’infertilità, il senso di impotenza e il senso di colpa per non essere in grado di ottenere ciò che ad altri sembra concesso per niente più che la semplice appartenenza alla specie umana, logora i buoni sentimenti e gli sforzi di stare bene.

Chi dice devi essere positiva quando stai vivendo un momento di difficoltà ti nega il diritto ad avere sentimenti negativi. Ma se non li ascolti non puoi intraprendere il percorso di consapevolezza ed accettazione necessario per superarli. Se non li ascolto come posso appianare il conflitto interiore tra il bellissimo desiderio di maternità e la sofferenza per la mia infertilità, che mi viene ricordata ad ogni ciclo, ogni mese, come un promemoria scritto nel cuore? Ho paura di essere un ramo secco, ho il terrore che questo lutto mensile diventi eterno. E tu mi dici che devo essere positiva?

L’invito ad essere positiva implica che io non vado bene come sono, che quello che penso e provo va cambiato, e subito. E questa è la cosa peggiore: sentirmi sbagliata. Soffro e in più sono sbagliata per il fatto che soffro. Cosa dovrei fare? Far finta che tutto vada bene? La positività a tutti i costi, come dice Raffele Morelli, “ci rende finti, stupidi e fragili”, esattamente il contrario di ciò che vorremmo ottenere.

Posso e devo essere positiva, ma come risultato di un processo interiore di consapevolezza ed accettazione di me stessa, non di un maldestro tentativo di ingannare la mente, sminuendo il senso di vuoto dell’infertilità e il dolore del lutto con stupide frasi positive.

Scoccia poi che gli inviti alla positività arrivino da chi mi ha visto cadere mille volte e mille volte rialzarmi con un sorriso. Non è forse chi mi ama dal quale dovrei aspettarmi accettazione dei miei momenti di debolezza? Io rivendico il diritto ad essere negativa.

Sono una psicologa, conosco il potere della mente, so che, come dice John Milton, “la mente nella sua propria dimora, di per se stessa, può fare dell’Inferno un paradiso e del Paradiso un inferno”E’ vero che i nostri pensieri costanti plasmano il nostro modo di vedere la realtà e, come nel fenomeno della “profezia che si autoavvera”, se ti ripeti che una cosa andrà male, è probabile che così sarà. E se così non sarà ora, pensare in questo modo ogni volta che ti si presenta una difficoltà impedisce alla mente di andare a trovare e sviluppare le risorse necessarie per affrontare la situazione.

La mente si prepara alla sconfitta, generando ansia e depressione, invece di attivare le motivazioni, le emozioni e i pensieri necessari alla risoluzione del problema. La positive psychology (che non c’entra col pensiero positivo), fondata da Martin Seligman, ha scoperto che l’ottimismo si può, almeno in parte, apprendere: esso non è una caratteristica che si eredita geneticamente o con la quale si nasce. Quindi è vero che le nostre predisposizioni mentali sono fondamentali nella vita, e che si può imparare ad essere ottimisti. La ricerca dice che persino in ambito oncologico l’attitudine mentale del paziente ha un effetto rilevante sul successo della terapia. Però… Chi direbbe ad un malato oncologico che deve essere positivo e smettere di concentrarsi sulle sue preoccupazioni e paure? Esistono poi una miriade di condizioni fisiche, le malattie psicosomatiche come la psoriasi, la sindrome del colon irritabile, le quali cause dipendono da un mix di fattori, alcuni biologici e altri psichici. Ma nessuno si sognerebbe mai di dire a chi soffre di psoriasi di rilassarsi ed essere positivo.

Cosa dire allora invece di “cerca di essere positiva”? 

Anzitutto bisogna dimostrare rispetto per il dramma che la persona vive. L’infertilità non sarà una questione di vita o di morte, ma certamente rappresenta un dramma dalle conseguenze pesanti sul corpo e sull’anima, un dolore che prende sfumature e contorni diversi per ognuno. Inoltre, si dà troppa importanza alla verità. Non importa cosa è vero e cosa non lo è. È vero che bisogna essere positivi e rilassarsi. Ma dire la verità è sempre la cosa giusta da fare, o forse la più utile?

  • Devi trovare il modo per sostenere la persona nei suoi sforzi per stare bene, anche se questo significa sacrificare il desiderio di essere onesti e sinceri. Abbasso la sincerità, viva il dire la cosa giusta per la persona che soffre. E perchè no, una bugia detta a fin di bene non fa male.

E’ la relazione che aiuta, non le parole che si pronunciano. E per impostare una relazione di rispetto, fiducia e dialogo, bisogna ascoltare molto.

  • Non presentare soluzioni, semplicemente ascolta. E ascolta. E ascolta.
  • Quando incoraggi qualcuno, evita le seguenti frasi “capisco…ma”, “si, hai ragione…ma”, “ma perchè non fai così…”, e ricordati che quei “ma”, la persona di fronte a te molto probabilmente già li ha analizzati e valutati.

Specialmente se il problema dura da tempo, lei/lui ha avuto modo di riflettere su varie soluzioni e per qualche motivo oggi, o in questo periodo, non può vedere le cose come le vedi tu.

  • Allora meglio dire “dimmi di più”, “raccontami” e prenderti del tempo per lasciare che la persona si apra.

Alle volte basta questo per far sentire meglio una persona: sentirsi ascoltati. Ed è un buon esercizio di umanità, restare invece di fuggire di fronte al dolore altrui, stare in silenzio invece di parlare, accettare la sofferenza della persona invece di volerla far sparire.

  • Riformula quello che ascolti: “da quello che dici mi sembra che tu sia arrabbiato e ti senta solo, sbaglio?” Questo è utile alla persona, perchè le dà modo di rielaborare diversamente il proprio vissuto.

E quando la rielaborazione avverrà, puoi essere sicuro che sarà la persona stessa ad arrivare a prendere una decisione di cambiamento positivoNessuno ama stare male o soffrire, ma ognuno ha i suoi modi e tempi per decidere di cambiare. Non è facile trovare la via del cambiamento, è più facile tornare sui propri passi e ricadere nei propri circoli vizioni mentali e comportamentali. Questo va rispettato ed accolto, per favorire un cambiamento. Puoi rimanere nei paraggi e controllare che la sofferenza non diventi un baratro senza via d’uscita, intervenendo solo se questo succede.

  • Ricorda al tuo amico in difficoltà tutte le belle qualità che gli hanno fatto superare sofferenze e ostacoli del passato. Quando si è in un baratro non si vede nient’altro che il buio, qualche complimento vero, semplice e sentito (niente esagerazioni, però!) può risollevare una persona in difficoltà.

Quali altri elementi aggiungeresti a questa lista? Quali atteggiamenti dei tuoi cari ti hanno aiutato a gestire le difficoltà della vita?

By | 2018-06-09T15:19:41+00:00 25 aprile 2015|Riflessioni|26 Comments