La mia PMA #2

L’esito della prima PMA non solo era stato negativo, ma avevo anche dovuto fare i conti con la rabbia di essere stata privata di un secondo tentativo nel centro pubblico che avevamo scelto. Così, mentre quel primo tentativo di fecondazione assistita aveva avuto come cornice il deserto del Medio Oriente, il secondo ci vide tornare nell’italica patria. 

Da Maggio 2014 a Gennaio 2015, quando iniziammo la seconda PMA, fummo impegnati con un trasloco intercontinentale, il rimpatrio della nostra roba, accumulata in sette anni di vita all’estero, una meritata vacanza per me e per Mr. Introverso, e la sistemazione nella nostra nuova casa a Mosca.

Eravamo pronti per il secondo tentativo. Io non vedevo l’ora. Ero molto ottimista. Dato che la prima PMA non aveva dato grandi risultati, in termini di follicoli recuperati al pick up, avevamo la quasi certezza che non avremmo rischiato la iperstimolazione, temutissima e molto pericolosa per la salute. Bene! Un problema in meno!

Però questo significava che la terapia, più che spingere le mie ovaie a fare un pò di lavoro straordinario, diciamo che le sequestrò per quasi un mese e le costrinse a lavorare 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Schiavizzate, praticamente.

Io penso che le mie ovaie non abbiano mai apprezzato il trattamento loro riservato nei vari cicli di fecondazione assistita. Pigre erano, e pigre sono rimaste.  

Come stavo io mentre si svolgeva tutto questo? Niente, io stavo benissimo. Purtroppo. Dico purtroppo perchè ora che ci sono passata diverse volte credo che l’assenza di grossi sintomi e fastidi sia stata causata da una mia impossibilità fisica di “assimilare” gli ormoni che mi venivano somministrati.

Una si buca tutte le sere e si rimpinza di pasticche per poi non veder nessun risultato, nessun effetto degno di nota. Se mi fossi drogata sul serio…qualche “viaggio” come si deve me lo sarei fatto!

Tornando alle ovaie che facevano il superlavoro, e alla terapia ormonale massiccia, ma saltando i passaggi intermedi, arrivai al pick up sapendo che anche questa volta, avremmo potuto avere solo uno, forse due, follicoli “buoni”. Io ero tranquilla, anche se avevo una vaga sensazione -non potrei dire che fosse un vero e proprio presentimento- che qualcosa non sarebbe andato per il verso giusto. Il fatto che nonostante la terapia ormonale avessi prodotto un solo follicolo maturo (come fa una qualsiasi donna in un ciclo normale, peraltro), e un altro che -mi avevano detto- forse sarebbe maturato nei due giorni tra l’ultimo controllo e il pick up, non mi tornava.

Arrivò il giorno fatidico. In quella stanza bianca e luminosa mi sembrava di essere sottoposta ad un interrogatorio del commissario Montalbano, solo che le luci non mi illuminavano la faccia, ma un’altra parte del corpo. :mrgreen: Fosse anche solo per il fatto che stavo nuda, a pancia su e gambe divaricate sul lettino ostetrico, con due uomini che giravano per la stanza (e nessuno dei due era mio marito)… Non mi sentivo molto a mio agio.  😉

Dunque, dagli oscuri presagi dati dal fallimento della terapia ormonale, al finale brutale, il passo fu breve. Nessun ovocita prelevato. 

Questa volta non mi veniva nemmeno offerta la possibilità di coccolare per due settimane uno o due embrioncini nel mio ventre, perchè niente vi sarebbe stato impiantato. 

Nessun ovocita: venivo privata anche della possibilità di tentare di rimanere incinta.

Il mio corpo non rispondeva alle stimolazioni ormonali perchè la riserva ovarica si stava esaurendo e a quanto pare gli ormoni che vengivano forniti artificialmente non erano sufficienti a stimolarlo a dovere. A volte succede.

Questo è stato il momento più devastante per me. Sapere che le possibilità di riuscire a procreare, persino con l’aiuto della medicina, erano pressochè nulle e che dunque io non avrei mai visto una piccola me correre per casa, è stato veramente duro. Mi sono sentita stanca, di una stanchezza atavica, come se avessi camminato per anni con un peso enorme addosso. Mi sono chiesta “perchè?”, senza trovare una risposta soddisfacente.

Si trova pace quando si riesce a trovare una risposta ai nostri “perchè”? La vera pace, ho capito col tempo, è nel non aver bisogno di farsi domande. 

Anche perchè, qualunque risposta trovassi, non riusciva ad arrestare la piena di quel fiume di dolore che mi attraversava il corpo. Ho pianto tutte le lacrime del mondo, mi sono sentita piccola e indifesa, sola e senza speranza. E anche oggi che metto nero su bianco quell’esperienza, mi fa male rivivere quelle sensazioni.

Ci sono eventi che più di altri segnano un punto di svolta nella vita. E anche se in realtà si cambia un pochino ogni giorno, è innegabile che alcuni momenti sintetizzino simbolicamente quegli infinitesimali cambiamenti quotidiani meglio di altri. Per me quel momento risale a Gennaio 2015. Qualcosa dentro di me è morto allora.

Ho dovuto affrontare un lutto, la cogente consapevolezza che non avrei mai potuto realizzare il mio sogno, il mio desiderio più grande.

In quel momento ho capito che la mia identità sarebbe dovuta cambiare, per sopravvivere al dolore. Avrei dovuto rinascere, in una forma diversa.

In poco tempo ho deciso che quella non poteva essere la fine, e che io sarei andata avanti. Ho deciso di tatuarmi una fenice sul braccio e vivere come il mito e la leggenda che essa incarna: vivere la morte, ma anche la rinascita, la ciclicità della vita, e l’immortalità dello spirito

fenice

La vita è un continuo susseguirsi di momenti in cui qualcosa muore, e siamo chiamati a dare vita a qualcosa di nuovo, di migliore e di più bello.

La me stessa che conoscevo moriva in quel momento, avevo però la possibilità di dare vita ad una nuova me stessa. Potevo essere madre di me stessa, finalmente in grado di generare, di partorire, di dare la vita. 

Non sapevo ancora cosa la mia rinascita avrebbe significato, per me e per chi amavo, ma potevo già avvertire l’incedere sicuro e morbido dei miei passi sul mio nuovo cammino.

Il dottore ci aveva suggerito di considerare la fecondazione eterologa. Non sapevo ancora se quella fosse la strada per noi, ma non avevo pregiudizi nel considerarla. Questo però significava riflettere su cosa significa essere madre, anzi essere genitore, per me.

By | 2018-06-28T15:08:57+00:00 7 maggio 2015|La mia PMA|21 Comments