Le dodici settimane più belle (PMA #3)

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Era il 28 Giugno del 2015. Era una domenica, il giorno in cui avrei dovuto crollare con la rapidità con cui un castello di sabbia si scioglie in confuse particelle sabbiose nel vortice di un’onda anomala. Invece non lo feci. Non subito, almeno.

La ginecologa si appresta ad appoggiare la sonda sul mio ventre, e quando lo fa mi rendo conto che l’immagine sullo schermo è strana, diversa da quello che mi sarei aspettata. Non riesco a far convergere le mie sensazioni in un pensiero logico. Solo più tardi capisco che la massa informe, senza dettagli, senza le caratteristiche di un feto, non è una piccola vita umana che cresce, ma un aborto. La dottoressa passa alla sonda intravaginale, come a voler ritardare il momento di dare la brutta notizia. Come se lei stessa non potesse credere che quella fosse non più la tappa di un percorso, ma la sua inaspettata conclusione.

Poi la sentenza: “Non c’è battito“.

La gravidanza è un pò come un castello di sabbia: se vuoi che sia un bel castello devi costruirlo vicino alla battigia, dove la sabbia è bagnata e più consistente, perciò resistente e perfetta per costruire. Ma proprio per questo esso è anche fragile, indifeso nei confronti delle onde del mare, sempre imprevedibili e avide di torrioni e ponti levatoi, di dolci principesse e dei loro principi azzurri. L’essere così vicina alla felicità ha costituito anche la mia più grande debolezza, non avevo previsto che qualcosa di negativo potesse accadere.

Dopo tanti anni e tante difficoltà, l’attesa, le medicine, i dottori e le cliniche, le speranze e le delusioni, due fecondazioni omologhe e due trasferimenti in paesi esteri, finalmente ero rimasta incinta con una fecondazione artificiale eterologa (le ragioni della cui scelta puoi leggere qui).

Ne avevo dato l’annuncio come facevano gli “strilloni” del Medioevo per il carro del merciaio ambulante: a squarciagola e con l’urgenza di condividere con tutti una notizia di vitale importanza. Tutti i miei amici più stretti e i miei familiari avevano ricevuto la notizia quasi immediatamente, giusto il tempo di ritrovare un pò di compostezza dopo dieci minuti di pianto gioioso e di incredulità! Non potevo crederci, non avevo mai avuto un positivo in cinque anni e mezzo, dunque la mia reazione è stata strabordante di emozioni, che non potevo nè volevo contenere.

Molte di noi diversamente fertili, quando ricevono la buona notizia, rimangono restie a lasciarsi andare alla felicità e alla gioia, proprio perchè hanno conosciuto quanto fragile possa essere la vita umana e quanto sia difficile realizzare il sogno di una famiglia. Il test positivo è solo una delle infinite tappe che devono succedersi prima di poter finalmente stringere tra le braccia il proprio bambino. E nonostante ne fossi consapevole, sentivo che c’era una vita dentro di me! C’era un abbozzo di qualcosa di meraviglioso, come potevo non gioirne pienamente? Così avevo creato un gruppo Whattsapp per tenere tutti puntualmente informati dell’andamento della gravidanza. Nessuna discrezione, nessuna cautela. E se tornassi indietro rifarei esattamente le stesse cose, non cambierei niente.Ho passato le più belle dodici settimane della mia vita, quello che è successo dopo non rende meno belle quelle giornate, e aver fatto le cose diversamente non mi avrebbe in alcun modo cambiato o alleggerito la sofferenza dell’aborto spontaneo.

E’ stato bello cominciare a sognare la nostra vita a tre, prepararsi ad accogliere il nostro fagiolino a casa, discutere di che genitori avremmo voluto essere.

Non vedevo l’ora che il primo trimestre finisse, che potessimo cominciare a fare progetti e a rendere sempre più reale il sogno a lungo accarezzato. Avevo già iniziato a programmare dove e con chi partorire, volevo una fascia porta bebè, e mi stavo organizzando per recuperare dalle amiche i vestitini smessi dai loro figli. 

Alla brutta notizia, stranamente non piansi. Chiesi semplicemente alla dottoressa: “E adesso che si fa?” Anche se la diagnosi di aborto è conclusiva, niente è veramente concluso fino a che il prodotto del concepimento, che per te è un figlio, viene rimosso dal tuo ventre. Volevo sapere se avrei potuto lasciare che la natura facesse il suo corso. Mi sconsigliarono e accettai, solo perchè l’idea che sarei potuta stare male e, in un paese dove nessuno parla la mia lingua o l’inglese, e senza auto, dover chiamare un’ambulanza mi sembrava un’impresa e una difficoltà ulteriore che non avevo voglia di affrontare. Però per lei lo avrei fatto (dalle analisi cromosomiche fatte in seguito venne fuori che era una bambina, la nostra bambina). 

Questa consapevolezza, a due settimane dal raschiamento, rese il nostro lutto ancora più vero, se possibile. Era una bambina. Troppo presto per sentirsi genitori a tutti gli effetti, ma anche troppo tardi per poter far finta di niente. Troppo reale per non sentire il distacco.

E’ incredibile come ti possa mancare una persona che non hai mai conosciuto. Che c’è stata, ma della cui presenza niente resta, per il mondo, se non un pezzo di carta e un’ecografia. Per me invece lei c’era stata, e non solo nella fantasia o nelle emozioni, ma nel corpo, dove aveva lasciato un’impronta indelebile. 

Le lacrime sono iniziate quel pomeriggio, mentre le infermiere e il personale mi preparavano per l’operazione che sarebbe avvenuta il giorno dopo. Avrei voluto tenerla ancora con me, dentro di me potevo far finta che ci fosse ancora. La mia sensazione in quel momento fu di assistere ad un arrivederci, non ad un addio, non a una separazione finale, definitiva. Ho sofferto più dopo, a distanza di mesi, ma sento che rincontrerò la mia bambina in futuro.

Mi sento quasi in colpa, per non averne sofferto abbastanza, per non riuscire a parlarne con toni più cupi e per voler ricordare quelle dodici settimane come le più belle della mia vita.

Mi voglio ricordare di quando mi sono sentita mamma, quando una vita era dentro di me ed io offrivo il mio corpo a lei perchè ne facesse ciò che voleva.

Questa è la storia delle mie dodici settimane da mamma, non del mio aborto spontaneo. E’ così che voglio ricordare la mia piccola Angelica

By | 2018-06-17T12:21:06+00:00 8 dicembre 2015|La mia PMA|6 Comments