La mia eterologa [parte prima]

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Cosa faresti se non riuscissi ad avere figli? Quanto aspetteresti prima di andare dal medico? Se poi emergessero problemi di fertilità, sceglieresti la fecondazione assistita? E se sì, quanti cicli proveresti prima di smettere? E l’eterologa? E l’utero in affitto? E l’adozione? Per quali ragioni opteresti per una o tutte o nessuna di queste scelte?

In un momento in cui tanto si parla di maternità, di quali caratteristiche definiscano una madre e di quali diritti essa possa disporre, io parlo di una mia scelta, fatta e poi ritrattata: quella dell’eterologa, ossia quella di accettare gli ovuli di un’estranea per tentare di raggiungere il sogno di una famiglia.

Credo di dover in primo luogo dire che a mio parere combattere contro l’infertilità richiede coraggio. Qualsiasi siano le scelte e i percorsi intrapresi, ci vuole coraggio. Ci vuole coraggio ad accettare di aver un problema di infertilità, coraggio per superare l’idea di essere stati traditi dalla natura, di essere difettose, coraggio di superare la frustrazione e la delusione che ogni mese si ripresenta, coraggio di scegliere la strada che fa per noi, fra le tante possibili. 

Pertanto, sei hai un’esperienza diversa dalla mia, non ti sentire giudicata o offesa per il fatto che io ho fatto scelte diverse. Siamo diverse, ma ugualmente coraggiose.

[Ho condiviso una versione molto simile di questa riflessione sul sito Professione Mamma, di Erika Zerbini, e non avrei potuto trovare miglior collocazione per questo post, là dove la maternità si presenta nelle sue molteplici sfumature, dove non si usano solo i toni di bianco e nero, ma tutte le variazioni della scala cromatica, per consentire a tutte le donne di ritrovarsi e condividere]

Tornando alle domande che ho posto all’inizio, le risposte che puoi formulare ricadono nella categoria delle opinioni. E qualche volta anche dei giudizi di merito su ciò che è giusto e ciò che non lo è. Ognuno ha diritto ad avere opinioni e a dare giudizi.

Quando si vive però in prima persona la situazione, tutte quelle domande convergono in una sola: per cosa vivi? Cosa sei disposto a fare per le cose che hanno valore per te?

All’inizio della mia ricerca di maternità, pensavo che avrei voluto avere un figlio in maniera naturale, che avrei accettato qualche aiuto medico, qualora se ne fosse presentata la necessità, ma avrei posto dei limiti, sia di età che di tipo di interferenza medica nella questione procreativa. 

Ritenevo che mi sarei fermata alla soglia dei quarantaSe non riesco ad averne entro i quaranta, mi fermo. Non voglio andare troppo avanti con l’età, sarei troppo vecchia, e con i miei acciacchi forse non potrei garantire ad un figlio la mia presenza costante e le cure di cui necessiterebbe.

Non avrei voluto rivolgermi all’eterologaTanto vale adottare un bambino, se devo fare l’eterologa, che per il 50% o per il 100% (a seconda che solo gameti maschili o femminili o entrambi vengano da donazione) ci darebbe un bambino non “nostro”. Preferirei adottare che optare per l’eterologa.

Ci avevo riflettuto molto, immaginato la situazione e le alternative, ma, non essendo la situazione reale, ero come colui che cerchi di descrivere l’Himalaya avendola studiata sui libri. Cosa ne sa costui, senza esperienza diretta, dell’eterea aura d’argento che i suoi picchi innevati irradiano all’alba? E senza aver intrapreso il sentiero che conduce alla vetta, come farebbe costui a sapere che il fiato corto non è solo conseguenza di una reazione fisiologica alla mancanza di ossigeno dell’alta quota, ma anche dall’incapacità della mente di comprendere ed interiorizzare la meraviglia naturale che si staglia all’orizzonte?

I miei erano ragionamenti teorici, ben confezionati e impacchettati in strati di motivazioni logiche e intuizioni emotive, di fatto opinioni senza esperienza, da saccente e arrogante donna che non aveva ancora fatto i conti con la realtà…che ancora sulla montagna non si era inerpicata, e faceva l’impavida al campo base con la sua tenuta nuova da scalata e i ramponi luccicanti, mai usati.

E’ facile professare le proprie convinzioni, quando non le hai mai dovute testare alla prova del fuoco della realtà.

Brava, Carmen. Così si fa. Non ci si butta nelle cose senza cognizione di causa, si pensa, si legge, ci si documenta e poi si decide obiettivo, strategie per raggiungerlo e limitazioni del caso. In base ai tuoi valori e princìpi.

Finchè non è capitato che, tra finire l’università, metter su casa e aspettare che le remore di mio marito si sciogliessero, abbiamo iniziato a cercare di concepire un figlio che io avevo 36 anni e lui 39. Ma sì, ci vorra solo un pò più tempo, siamo [ci sentiamo] così giovani

Poi, ad un certo punto, molti mesi dopo, ho detto: meglio che io vada dal ginecologo e tu dall’andrologo, a vedere cos’è che non va. Sicuramente non è niente di preoccupante, ma magari ci possono dare un aiutino.

Aiutino qui, aiutino lì, ma niente. A quanto pare, non avevo fatto i conti con l’orologio biologico, che correva troppo, e che aveva alterato il mio sistema ormonale, ostacolando il nostro sogno. Le cose mi furono chiare quando la ginecologa mi disse, senza mezzi termini, che avrei fatto meglio a cominciare a pensare che forse non avrei mai avuto un bambino.

Non avevo fatto ancora nessuna fecondazione artificiale, e già la realtà dell’infertilità mi veniva sbattuta in faccia (di questo specifico argomento ho scritto qui).

E ora che faccio? Qui mi vogliono far scendere dalla giostra prima ancora di esserci salita. 

Ho pensato: i medici non hanno in mano le chiavi del mistero della vita. Che diavolo ne sanno loro? Io andrò avanti.

Per farla breve, provammo due volte con la fecondazione artificiale omologa, entrambe le volte con risultato negativo. Quando, al secondo tentativo, l’embriologo non fu in grado di prelevare nessun ovocita, ci fu suggerito di passare all’eterologa.

Io credo che quello sia stato il momento più brutto in assoluto. Rinunciare all’idea di un figlio/a che assomigliasse a noi, che avesse i tratti somatici della nostra famiglia, fu devastante. Eravamo appena diventati zii, e il fatto che la nostra nipotina assomigliasse così tanto al padre ci aveva toccato, inconsciamente cominciavamo a pensare che sarebbe stato bello scoprire un giorno se il/la nostro/a bambino/a avrebbe assomigliato a papà oppure a mami.

Non mi è semplice spiegare cosa ho provato. E’ come se qualcuno mi avesse strappato un pezzo di cuore, un pezzo di carne e sangue che mi è necessario per sopravvivere. 

Non avevo mai pensato che avrei avuto problemi a concepire figli. In fondo si dà per scontata la fertilità, non è pensabile non poter disporre del proprio corpo a piacimento. La maternità è diventata una scelta, una questione di libero arbitrio della donna moderna. “L’utero è mio, e lo gestisco io!”, tuonavano le femministe alle manifestazioni di piazza per l’aborto. La decisione di NON essere madre rappresenta una delle conquiste del secolo scorso, una scelta che oggi non è nemmeno più così controcorrente.

La donna moderna ha il diritto di decidere se essere madre o meno, di scegliere la carriera al posto della famiglia, o il contrario. 

Io però non ho avuto nessuna opzione. Privata della fertilità, non ho potuto gestire modi e tempi della mia maternità. Chi si è permesso di prendere quella decisione per me?

Al contrario, tutto ciò che ho fatto nella vita fino a questo momento rappresenta il preludio alla mia vita da mamma. Anche la mia professione è parte di quel quadretto, la mia possibilità di fornire un sostegno economico e un patrimonio di conoscenze ed esperienze da trasmettere ai figli.

Un enorme senso di inutilità mi accompagnò per un pò di tempo. Il dottore ci aveva messo di fronte ad una scelta, l’eterologa, che per noi, per me, significava ripensare a cosa significa essere madre e al senso di una famiglia. Avevo detto che non avrei scelto l’eterologa, ma adesso non capivo più le ragioni del mio rifiuto iniziale. Erano ragioni etiche? Non era forse che l’eterologa mi sembrava un accanimento terapeutico?

In effetti, non la ritenevo una scelta immorale o non etica, però l’idea che qualcuno venisse pagato per offrirmi una parte di sè mi lasciava perplessa. La mercificazione di organi e funzioni umane fondamentali mi ha sempre fatto paura.

Allo stesso tempo, finchè non ti misuri con l’idea di rinunciare a sentire una nuova vita crescere dentro di te, non sai cosa faresti per allontanare questa possibilità.

Nel mio tentativo di comprendere che tipo di scelta stavo per fare, ho scoperto che ci sono siti dove i figli di coppie che hanno scelto l’eterologa manifestano la loro sofferenza per non poter conoscere le loro origini biologiche e per la scelta, che non condividono, fatta dai loro genitori. Mi sono resa conto che non basta dirsi che “l’importante sono gli affetti, l’amore, con quello si supera tutto”, e nemmeno che “partorirlo/a è la cosa più importante, il resto non conta”. Bisogna considerare tutte le possibili implicazioni emotive per i futuri figli. Non si può semplicemente passare sopra al fatto che l’assenza di chiarezza sulle radici biologiche e l’impossibilità di rintracciarle, quelle radici, possa in futuro causare un trauma. 

Non basta l’amore, nemmeno nelle relazioni familiari con i genitori o con i fratelli, perchè dovrebbe bastare con i nostri figli? A questo e tante altre cose pensavo… Non volevo che la mia mente e il mio cuore venissero corrotti dalla mia sofferenza. Volevo rispettare me stessa ma anche i miei futuri figli, non volevo che il mio egoismo prevalesse.

Cosa ho scelto alla fine? In quel momento, considerato tutto, ho capito che i conflitti e le difficoltà con i figli sono parte dell’essere una famiglia, e che la mia donatrice avrebbe avuto qualche soldo in un modo tutto sommato non deleterio per la sua salute, e che dovevo avere gratitudine per lei. Accettare il suo dono significava che per noi la famiglia non si forma con un legame di sangue ma con un legame di cuore e mente.

Sono stata ipocrita? Forse. Avrei preferito una donatrice volontaria e che non ci fossero soldi di mezzo? Sì, mi sarei sentita meglio. Avrebbe avuto una famiglia, questo figlio? Sì. Avrebbe ricevuto amore come in qualsiasi altra? Sì. Avremmo avuto problemi, come famiglia? Probabilmente sì, con o senza un figlio venuto dall’eterologa. Sarei stata onesta riguardo al modo in cui lo avevamo concepito? Sì. Non avevo niente di cui vergognarmi.

Questo a me bastava. Decidemmo di provare. [to be continued]

By | 2018-06-28T15:43:01+00:00 28 marzo 2016|La mia PMA|6 Comments