La ferita primaria: l’abbandono

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Oggi vorrei parlare di un argomento che i genitori adottivi conoscono molto bene: la ferita dell’abbandono. Nell’adozione i genitori aprono il cuore e fanno spazio ad una storia drammatica: che un bambino abbia 2 giorni o 2 anni, essere tolto alla propria famiglia, alla mamma, equivale in un certo senso a morire. Un bambino infatti non sa chi è lui e com’è il mondo, se non in relazione alle persone che lo accudiscono. La separazione precoce dal proprio mondo – anche se fatto per il suo bene – lascia una traccia indelebile nella sua memoria implicita, in quel registro corporeo di tutte le esperienze pre- e perinatali. Le ricerche sono concordi sul fatto che, specialmente nei primi mesi di vita, vivere con una madre “cattiva” sia in generale meno deleterio per lo sviluppo del bambino di non avere una madre, di essere affidato alle cure di un istituto o casa famiglia.

Il bambino nasce naturalmente programmato per affidarsi totalmente ai caregivers, di solito la sua mamma e il suo papà. Se viene allontanato da essi, e soprattutto se i nuovi caregivers non hanno attenzioni speciali, non sono presenti costantemente e gli stimoli sensoriali ai quali è esposto non riflettono la sua esperienza in utero, come invece fa l’accudimento di una mamma – per lui significa essere in pericolo di vita.  E’ molto semplice: le esperienze di accudimento “buono” fuori dall’utero sono quelle che imitano quelle in utero, se non le imitano allora il bambino prima reagisce vigorosamente con l’unico modo che sa, mostrando segni di stress e piangendo. Poi, al ripetersi di queste esperienze “non buone”, ad un certo punto va in modalità difensiva, comincia a conservare le energie, e in tal modo la sua dinamica evolutiva e la sua salute psicofisica ne risentono, in modi più o meno gravi. E’ quando il pianto disperato smette che il trauma si instaura, molti bambini abbandonati o orfani – e vittime di alcuni training del sonno – mostrano segni di PTSD (sindrome post traumatica da stress).

Di solito, un bambino ha la possibilità di vivere tante esperienze positive di accudimento e poche di frustrazione e dolore, la riparazione alle quali serve per costruire un legame di attaccamento positivo con i genitori. Il clima di accudimento buono assomiglia al senso rassicurante dell’ambiente uterino. Se dovessi descriverlo brevemente, direi che è caldo, morbido, ha il sapore di mamma, ha il suono del battito del suo cuore e della sua voce. Per un bambino abbandonato o separato dalla mamma sono talmente tante le esperienze contrarie ai principi di sviluppo del suo corpo e della sua mente che l’unica scelta possibile non è più protestare ma dissociarsi dalle proprie sensazioni, diventare affettivamente indipendente e disconnesso. Rimangono della sua natura umana l’istinto di sopravvivenza e la voglia di vita che il corpo porta con sè come memoria di specie, ma sopravvivere non è vivere. Lo sviluppo cognitivo, emotivo-affettivo e mentale si altera o si blocca. A volte questo porta ad iperattività, aggressività, isolamento e impulsività incontrollabile. I bambini adottati conoscono la sopravvivenza, sono dei piccoli guerrieri in questo senso, ma non conoscono la vita, la meraviglia di lasciarsi andare con fiducia totale tra le braccia di qualcuno e al mondo, la sensazione di andare bene come si è, di essere amati incondizionatamente. Sono in costante allerta, pronti ad identificare il pericolo e reagire. Spesso mantengono questo atteggiamento anche dopo aver trovato i propri genitori “per sempre” e anche quando non sembra che ci sia alcun pericolo evidente.

Questo vuoto iniziale, con l’adozione e l’ingresso nella vita del bambino di due figure genitoriali “sufficientemente buone” – per dirla alla Winnicott – , si comincia a colmare. I genitori adottivi sono coloro che si adoperano perchè i loro figli possano riscoprirsi: scoprire la vita e il mondo come buoni, se stessi come efficaci e di valore. E’ l’inizio della cura per la ferita dell’abbandono. Il prerequisito perchè questa cura cominci a fare effetto è la consapevolezza del proprio passato. I genitori adottivi raccontano al figlio la sua storia, con sincerità e con parole adatte alla sua età, rispondendo al suo bisogno di sapere. Conoscendo la sua storia, egli può cominciare a disidentificarsi dalle azioni altrui, da ciò che gli altri hanno fatto a lui, su di lui, contro di lui. Questo è il primo passo per ricostruire la propria autostima. E nonostante ciò il bisogno di essere rassicurato che i genitori ci saranno sempre, che non lo abbandoneranno mai, che è una persona degna di amore sarà molto forte, per tanto tempo, forse per sempre.

Si dice che per diventare adulti i bambini debbano tagliare il cordone ombelicale con i propri genitori, ma non è proprio così: i bambini devono lasciar andare l’idea di loro stessi che i genitori e le esperienze di accudimento hanno contribuito a modellare, e che determina sentimenti, pensieri, comportamenti ed emozioni prevalenti. Se ho una madre “cattiva” o “incapace di fare la mamma” o che mi ha abbandonato, non mi emancipo da lei mandandola a quel paese e allontanandola dalla mia vita, ma identificando e poi superando ciò che il suo stile di accudimento mi ha fatto assimilare di me stesso, per esempio il senso di bassa autostima e l’insicurezza.

Dunque, se il figlio adottivo riesce a prendere ciò che è utile o buono – ah, guarda, sono così per questo e questo motivo, non per causa mia -, può cominciare a pensarsi come essere autonomo e libero di costruirsi la propria identità e carattere. E’ un lavoro lungo una vita, dicono i genitori adottivi. Ma lo è per tutti in un modo o nell’altro – aggiungo io.

Spesso oltre all’abbandono c’è un passato di abuso, incuria e solitudine. Diversi studi di neuroscienze evidenziano come la mancanza di stimoli piacevoli abbia lo stesso effetto a livello neurologico ed evolutivo di ricevere stimoli spiacevoli. In questo senso l’incuria e la mancanza di contatto fisico sono forme di violenza al pari dell’abuso fisico.

L’adozione è un percorso infinito, e secondo me passa per il riconoscere la corazza di difesa che un bambino si è creato nel tempo per coprire la ferita esposta dell’abbandono. Fatto questo bisogna smontarla insieme pezzo per pezzo e favorire nel figlio la possibilità di ri-costruire la propria identità. I pezzi possono rimanere gli stessi, ma l’opera finale può variare molto. Nulla si crea e nulla va distrutto, ma tutto si trasforma.

Come dicevo, l’esperienza di abbandono si incide più in là della memoria conscia, va nella carne e nel sangue, lascia solchi emotivi e buchi di senso che prima o poi andranno riempiti perchè le potenzialità del bambino abbiano la possibilità di emergere. 

I genitori adottivi ambiscono al privilegio di accogliere la storia terribile del loro bambino, e si impegnano a scrivere insieme a lui un finale diverso. Non è solo dare una casa, del cibo, medicine o la possibilità di frequentare una buona scuola a qualcuno che non ha queste cose. E soprattutto L’AMORE NON BASTA. Ne’ tantomeno bastano gli oggetti di cui crediamo i bambini abbiano bisogno. Adottare è essere consci che non tutti i buchi si potranno riempire, per quanto ci si impegni anima e corpo. E’ sapere che il lieto fine sarà scritto da tuo figlio, non da te. Tu puoi solo sperare di fornigli il terreno giusto per germogliare e crescere come ha il diritto di fare. Come tutti i bambini hanno il diritto di fare.

By | 2019-03-05T13:26:44+00:00 5 marzo 2019|Adozione|0 Commenti