L’importanza del raccontare

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Nella vita mi è successo di essere infertile. Ma l’infertilità del corpo non mi ha impedito di trovare la mia fertilità di cuore, mente e spirito. Racconto della nostra storia di adozione e di psicologia perinatale. Così mi presento sulla mia pagina Facebook. Racconto di me come donna, mamma e professionista della nascita.

Ho cominciato a scrivere nel 2015, cinque anni di ricerca di maternità alle spalle. Ci volevo mettere la faccia, anche se non era facile farlo. Sentivo di doverlo fare.

“Non è facile parlare di infertilità.

Chè non è solo elencare quanti tentativi di fecondazione assistita hai fatto, in quale città o paese li hai fatti, quante punture di ormoni, ecografie, visite mediche, analisi del sangue hai fatto.

Non è facile parlare di infertilità.

Chè non è che siccome ci sono tanti modi per sentirsi donna, allora puoi accettare di non aver avuto voce in capitolo nella scelta di essere o meno una madre. Chi è che si è permesso di prendere questa decisione per me?

Non è facile parlare di infertilità.

Chi può capire cosa fa ad una donna il trovarsi ripetutamente, per mesi, anni, sdraiata su un lettino sterile e con le gambe aperte, come mancasse di pudore, lasciare che degli estranei in camice bianco sotto impietose luci al neon gestiscano e controllino un atto che dovrebbe essere il più sensuale e amorevole e intimo di una coppia, quale quello del concepimento?” (dal mio articolo per Parole Fertili)

Volevo raccontare, lasciare traccia del mio percorso: “…scavo nelle mie memorie, riapro le mie ferite e lascio che la scrittura le guarisca (…). Scrivere si è rivelato catartico: scrivo e lascio che la mie sensazioni confluiscano nelle parole, mentre mi libero del fardello delle cose non dette che annebbiano la mia mente.”

Alcune cose della vita hanno bisogno di parole che descrivano emozioni, entrino nelle budella e ne escano ancora grondanti di sangue e pathos. Così nel momento più brutto del mio percorso alla ricerca del figlio biologico ho scritto ciò che segue.

Sento un’inconfondibile odore di bruciato, è un odore nauseabondo, che si leva dalle mie stesse carni. La mia pelle si squama, come un serpente durante la muta. La carne e il sangue pulsano, per poco, prima di morire, mentre la motivazione e la determinazione del passato si sciolgono nel fuoco che divampa e divora tutto.

E’ nella natura delle cose che qualcosa muoia per dare vita a qualcos’altro, ma la mia nuova vita, la mia nuova pelle, non è pronta. Il meccanismo si è inceppato. Datemi ancora un pò di tempo!

Il fuoco smette di bruciare. Giaccio, nuda e rinsecchita, come morta, eppure privata dell’abbandono e della pace che la morte porta con sè. Una morta che continua a patire il supplizio della vita, intrappolata in un limbo grigio e senza speranza, dove i giorni si susseguono inutilmente. Tutti uguali.

Mi sembra che niente della mia vita precedente a questo momento abbia senso, e niente del mio futuro mi attrae più. (dal post “La trappola dei perchè“)

Con le parole e la narrazione ho cercato di descrivere, a me stessa prima ancora che agli altri, il mio lutto per la maternità biologica. Trovando tante altre donne che si sentivano rappresentate in ciò che scrivevo. Il mio raccontare consentiva loro di lasciare andare pensieri e sensazioni senza nome e senza parole. Così ho continuato anche per loro, oltre che per me e per mio figlio. Sì, perchè ho sempre desiderato che la mia scrittura fosse la mia eredità per lui. Perchè sapesse quanto l’ho desiderato, cercato e amato prima ancora di incontrarlo.

Ad un certo punto penso di aver elaborato il lutto del figlio biologico. Così ho preso una strada diversa ma uguale, nuova ma sempre sentita come adatta a me. Non ho pensato di dover smettere di scrivere e raccontare, si trattava di parlare di una nuova motivazione e determinazione, dei nuovi ostacoli e del percorso fatto per superarli e diventare famiglia adottiva.

Abbiamo realizzato il nostro sogno a Giugno 2019, dopo tre anni e mezzo dalla deposizione della disponibilità all’adozione.

Pensi al classico happy ending? No, non è andata così. Tutto era diverso, anche io lo ero, più di quanto avrei pensato o voluto. Per un pò ho smesso di scrivere, pensavo di non avere più niente da dire o da dare. Ero vuota, arida ed economizzavo le risorse fisiche e psicologiche per essere una mamma migliore per mio figlio.

Poi le cose sono cambiate e ho sentito di nuovo il desiderio di usare le parole per raccontarmi. A quel punto però c’era lui, il mio bambino. Dovevo proteggerlo, tutelarlo. Non è mio diritto parlare di lui – mi dicono – un giorno potrebbe non avere piacere di essere stato esposto, la sua storia e il suo dolore mostrati a tutti.

Ma la mia storia continua ad essere mia, c’è la storia di una mamma e una donna in difficoltà, di un relazione da costruire e di risorse da trovare. Racconto di me.

Quando poi qualcuno mi dice di aver trovato comprensione e accoglienza nella mia narrazione, di aver vissuto esperienze simili o di sentirsi più pronto al passo che sta per compiere grazie a ciò che condivido, penso che raccontare abbia ancora tanto senso.

Ma racconto anche di mio figlio, indirettamente. Delle sue difficoltà, della sua storia e dei suoi traumi. Che però sono anche i miei. Dove finisce la mia storia e inizia la sua? Difficile capirlo, ogni volta ci rifletto e poi inizio a scrivere. So sempre identificare il limite? Non so. Ma credo nel valore del raccontare.

E poichè credo che di adozione si parli poco e male, spesso a sproposito e per pregiudizi e stereotipi, cerco di parlarne con verità e onestà. Vorrei contribuire a costruire una narrazione dove la voce sia declini al plurale e non sia sempre e solo quella dei professionisti, o quella delle storie per sentito dire, o solo delle favole a lieto fine o solo quella dei drammi senza fine.

Io penso che l’essere umano sia un animale che racconta. Racconta storie, crea narrazioni che spiegano, motivano, ispirano e danno speranza. Ciò che non viene raccontato non smette di esistere ma diventa difficile da accogliere e da trasformare. E ogni storia difficile deve essere trasformata in una storia di crescita e di valore umano.

Per questo io continuo a scrivere. Per me, per mio figlio, per l’adozione, per le famiglie che amano l’amore, con o senza legami di sangue.

By | 2020-07-05T21:30:03+00:00 5 luglio 2020|Adozione|0 Commenti