Gravidanza: partire con la domanda giusta

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Una donna in gravidanza è come sospesa tra due mondi: non è più solo una donna, si sta avviando verso il mondo della maternità, ma ancora fatica a sentirsi pienamente mamma. Ai discorsi filosofici sulla sacralità della vita che nasce, sulla meraviglia del corpo che cambia e si prepara ad accogliere un miracolo, essa contrappone più pressanti domande pratiche: cosa posso o non posso mangiare? Devo mangiare per due? Posso andare in palestra? Portare le buste della spesa? Devo prendere integratori alimentari? Quali? Posso bere caffè? Come posso evitare di ammalarmi? Quanto peso posso prendere? Quali esami devo fare? Quali medicine posso o non posso assumere?

Basta dunque occuparsi di queste domande? Basta questo per rispondere alle vere questioni in gioco, ossia: riuscirò ad avere un bel parto? Andrà tutto bene? Potrebbe succedere che queste domande tu le ponga ai professionisti sbagliati, i quali potrebbero chiederti di affidarti a loro, ai loro numeri e tabelle, al loro piano di esami e visite. Basta questo a rispondere a quei quesiti profondi? La scelta del medico, dell’ostetrica, il programma di visite ed esami, la disponibilità dell’epidurale, il tipo di ospedale, il ruolo e la quantità di persone a sostenere la coppia in travaglio, sono, certamente non gli unici, ma senz’altro alcuni degli elementi importanti di un’esperienza di nascita. E nonostante ciò, una bella gravidanza e un parto soddisfacente e sicuro per voi e per il vostro bambino dipendono anche da altro.

In primo luogo, in gravidanza e parto bisogna interferire poco, fare poco, per non rischiare di alterare un meccanismo naturale perfezionato in millenni di evoluzione, come ho detto anche in questo post.

A mettere il centro di gravità fuori da te stessa ci vuole un attimo: cominci a fidarti più di un numero su un foglio che di te stessa, più di un sistema calibrato su bisogni standard di una coppia media ipotetica che di una scelta consapevole di ciò che serve a voi e al vostro bambino. E smetti di essere una donna che vive il momento più bello della vita per essere l’ultima ruota del carro in un meccanismo anonimo e che si basa sulle tue insicurezze. Più conosci la fisiologia del tuo corpo gravido, che in questo momento sta funzionando egregiamente senza l’aiuto di nessuno, più sarai in grado di reclamare il tuo posto al centro del team di parto (si chiama women-centered phylosophy), come auspica anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità nelle sue linee guida. Al centro ci devi essere tu, con intorno un sostegno alla gravidanza e al parto basato sulle evidenze scientifiche, non su routine comode solo per chi assiste e procedure invasive.

Sapevi che la percentuale di parti cesarei e induzioni di travaglio non necessarie è aumentata negli ultimi anni? I dati mostrano che all’incremento dell’uso di queste procedure, che, va ricordato, hanno importanza estrema nelle gravidanze e parti non fisiologici, non corrisponde più una riduzione degli eventi negativi, di morbidità e mortalità di madri e bambini, anzi si assiste ad un leggero aumento degli eventi avversi. Cosa vuol dire? Che qualcosa si è perso, nella corsa ad intervenire per rendere la gravidanza e il parto sicuri. Si è persa la rete di sostegno sociale ed emotivo al parto. Offrire più medicalizzazione non significa più rispondere alla richiesta di sicurezza da parte delle coppie.

Peraltro l’esperienza emotiva della mamma raramente viene computata nelle statistiche dei parti ottimali, come se la sopravvivenza fosse l’unica misura di successo del sistema di cura. Paradossalmente tu e il tuo bambino potete avere un parto traumatico e violento, ma per la statistica essere inclusi negli optimal outcomes (risultati ottimali). 

In Italia la percentuale di parti cesarei è in media intorno al 36-37%, la più alta dei paesi Europei. E se non c’è ragione di pensare che i corpi delle donne italiane siano meno in salute di quelli delle colleghe europee, o meno in grado di partorire, forse c’è da chiedersi se il modello fatto di procedure e protocolli routinari stia per caso fallendo. In diversi paesi del Nord Europa, noti per l’approccio più naturale al parto (e percentuali di parti in casa che arrivano fino al 30%, in Olanda), le statistiche risultano migliori. 

Insomma, entrare nel vortice della medicalizzazione del parto non sembra rispondere ai bisogni di salute fisica ed emotiva. Se vuoi una risposta affermativa alle domande veramente importanti, ti dovresti in primo luogo chiedere: come proteggo la capacità naturale e innata del mio corpo di partorire? Ecco, potresti partire da qui. 

 

Dott.ssa Carmen Innocenti, Psicologa Perinatale e insegnante hypnobirthing.

Contattami per maggiori informazioni sul percorso di accompagnamento alla nascita.

 

By | 2018-06-18T11:29:43+00:00 8 novembre 2016|Percorso Nascita|0 Commenti