Dal Medio Oriente alla Russia [parte prima]

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Dopo diversi anni da espatriati in Medio Oriente, avevamo deciso che il caldo caldo ci aveva stufato.

Hai presente uno stufato? Anche io, che di cucina capisco poco, so che va cotto lento lento fino a diventare morbido morbido, chè si scioglie in bocca. Ecco, ci sentivamo così. Solo che a sciogliersi erano le nostre motivazioni e gli stimoli a restare.deserto Qatar

Va detto che il Qatar mi ha dato tantissimo, ognuno dei miei sensi ha potuto esaltarsi di esperienze nuove, fatte di sapori, odori, orizzonti, persone e linguaggi nuovi. Qatar spezie

Mi sono realizzata dal punto di vista professionale e personale, e di questo sarò sempre grata a questo minuscolo stato affacciato sul mare. Eppure, quando si è presentata l’opportunità di andare a Mosca, dopo quasi sette anni di permanenza, non ho esitato a sostenere Mr. Introverso in questa scelta.

Considerando che avevamo dichiarato a noi stessi che mai ci saremmo trasferiti in paesi freddi, ci siamo sorpresi della facilità con la quale abbiamo accettato la proposta di lavoro. A chi ci chiedeva perchè proprio Mosca? rispondevamo, scherzando, che avevamo accumulato abbastanza caldo da desiderare un pò di fresco.  :mrgreen:  

Qatar souqQuando sei un espatriato, non hai radici lunghe e salde nel luogo che ti ospita, e lo sradicarsi per spingersi più in là, inseguendo un orizzonte sconosciuto, è più semplice. Per superare il primo distacco, il primo shock culturale, la prima volta da soli senza famiglia, bisogna alleggerire lo zaino invisibile, che ognuno porta con sè, dalle cose “pesanti”: la paura dell’incertezza, la tranquillità del conosciuto, l’amore per le abitudini. E bisogna riempirlo di pazienza, capacità di cambiare, di linguaggi e gesti nuovi. In questo modo si è sempre pronti a partire. Partire non è più un’azione che si fa, ma una condizione che si vive. Una condizione in divenire.

Cosa non andava più per noi nel Medio Oriente? Niente, in realtà. Ma lo considero un luogo che ti ruba l’anima, se vi soggiorni troppo a lungo.

La nostra situazione economica ha subito una svolta notevole al nostro trasferimento in Qatar, ci siamo potuti permettere servizi e beni che non avevamo mai potuto avere. Ma era come aver fatto un patto col diavolo: lui ti dà delle cose, ma ne chiede anche altre in cambio. 

La vita nel deserto, per me, è come un vestito di paillettes: luccica tanto ma non vale niente.

Parto dall’inizio.

Direi che è stato necessario sviluppare un certo grado di apertura mentale, per adattarci alla diversa cultura e tradizioni, ma avevamo fatto i compiti a casa e sapevamo cosa ci aspettava. Sviluppare tolleranza verso le cinque chiamate alla preghiera (di cui una è all’alba) dalle innumerevoli moschee è stato tutto sommato meno arduo del previsto. 😉 Qatar moschea

Tutti pensano che la cosa più significativa della vita in un paese islamico, per noi donne occidentali, sia il fatto di doversi coprire e di dover mantenere un certo decoro, almeno nelle apparenze. E’ la prima domanda che mi fanno e lo stereotipo più comune.

Molte donne non vedono l’essenza, rimangono sulla superficie delle cose. Fanno battaglie per non essere giudicate per come si vestono, per essere trattate con rispetto qualunque cosa decidano di mettersi addosso, e poi sono pronte a giudicare altre donne proprio per questo: per l’abito.

E non mi stupisce che alcune donne islamiche abbiano lo stesso pregiudizio verso le donne occidentali: le considerano oggetti degli uomini, condannate a competere le une con le altre a colpi di minigonne e scollature per ottenere la loro approvazione. Gli stereotipi e i pregiudizi non hanno bandiera, religione o cultura.

Anche nel mondo Islamico, come nel nostro, vi è un fervente dialogo fra spinte conservatoriste e desiderio di progresso sociale e culturale, anche se non si utilizzano i nostri toni e la discussione non avviene nei posti e con i modi che un occidentale riterrebbe adeguati. Il mondo islamico è molto variegato, non è monolitico. E’ vero che in alcuni contesti patriarcali tradizionali le donne non hanno molta libertà di scelta, ma è anche vero che le cose stanno cambiando. A questo proposito pubblico un paio di foto di design di impegno sociale che i miei studenti della VCUQ  (università americana di design) hanno realizzato.design equality 2take action equality Qatar

Non è proponendosi di liberarle dal velo che le donne si emanciperanno dalle catene dell’oppressione culturale e religiosa, ma rispettando il loro bisogno di riservatezza e privacy, e sostenendo i progetti e i paesi che vedono le donne partecipare alla vita politica, economica e sociale. 

Ritornando alla domanda se sia necessario coprirsi la testa o il corpo per vivere là, rispondo che, anche se c’è una legge che ordina che le donne debbano coprire le braccia fino a sotto il gomito e le gambe fino a sotto il ginocchio, per le espatriate occidentali il problema non sussiste: a parte qualche occhiataccia, di solito si viene lasciati in pace (non va così per le donne asiatiche e di basso ceto sociale, ma questa è un’altra storia). La maggior parte comunque si adegua, per rispetto, e adotta uno stile conservativo di vestirsi.

Questi in realtà li considero dettagli poco importanti. Nella mia permanenza in Medio Oriente la cosa che mi ha logorato di più è stato dover convivere con un sistema economico, politico e sociale che standardizza e normalizza il razzismo in base alla provenienza geografica.

qatar souq1473592_10202536941973779_1163161166_o20140807_094449 I cittadini Qatarini lavorano solo in posizioni dirigenziali superpagate, in cui si fanno meetings, si stringono mani e si firmano fogli. La maggior parte delle occupazioni, dal commesso al cuoco, dall’ingegnere all’insegnante, è coperta o da espatriati privilegiati, o da manodopera a basso costo. I lavori che richiedono una preparazione specialistica sono di solito degli expat privilegiati, europei o americani, per lo più, tutte le altre degli schiavi.

Uso un termine forte, me ne rendo conto, ma non c’è altro termine per il sistema della kafala, ossia della sponsorizzazione. Chiunque entri in Qatar deve essere sponsorizzato da un’organizzazione o cittadino Qatarino, i quali sono responsabili di fronte alla legge per la persona che sponsorizzano. E fin qui, niente di male. Per regolare l’arrivo di persone in un piccolo stato come questo (i locali sono 250 mila, a fronte di quasi un milione e mezzo di residenti in totale) è fondamentale un sistema di controllo del genere.

qatar buildings

Alla modernità del centro città si contrappone la decadenza delle zone periferiche.

Peccato che poi la gestione dello sponsorizzato venga lasciata alla bontà (o alla cattiveria) dell’organizzazione o persona che sponsorizza.

Vedere nei numerosissimi siti in costruzione centinaia di operai lavorare giorno e notte, con un solo giorno libero a settimana, sottopagati, impossibilitati a portare le loro famiglie a vivere con loro, senza possibilità di rientrare a casa perchè il passaporto viene requisito dallo sponsor, e perchè spesso devono soldi alle agenzie che li reclutano, è orribile.

Sono impreparati al lavoro che devono fare, firmano contratti in una lingua che non conoscono e vanno a fare lavori che non hanno mai fatto. Le divise e gli accessori per la sicurezza spesso lasciano a desiderare (e voglio usare un eufemismo); insomma questi uomini non sono altro che carne da macello. E qualsiasi appunto si osi fare sulle loro condizioni, ci viene detto che “a casa loro stanno peggio, almeno qui guadagnano molto di più che nei loro paesi”, come se questo fosse una giustificazione per trattarli come meno che umani, come una classe di individui inferiori. 

Qatar construction site

La città è un enorme sito in costruzione

Quando la ricchezza fluisce come un fiume in piena in tutti gli angoli del paese, risulta ancora meno comprensibile che non si decida di offrire ai lavoratori dignità e rispetto.

Un bagno senza fognatura e carta igienica, un letto a castello in una stanza di venti persone, l’impossibilità di guidare un’auto o di spostarsi a proprio piacimento per la città ma solo attraverso bus luridi, senza aria condizionata e che li scaricano in posti fissi, rigorosamente lontani dai luoghi “perbene” dove il resto dei residenti si gode la vita…non corrisponde alla mia idea di dignità del lavoratore e di rispetto per la persona.

Non è così per tutti, per fortuna, ma è così per tanti.

Ne conosco diverse di storie, direttamente e indirettamente, e tutti gli espatriati privilegiati fanno quello che possono per aiutare. Una mia amica aveva sentito che un gruppo di kenioti si trovava in un campo (sì, non hanno residenze ma campi fatti di prefabbricati) senza carta igienica, cibo e acqua. Erano appena arrivati dal Kenya ed erano stati rassicurati sul fatto che il datore di lavoro si sarebbe occupato di loro almeno finchè non avessero ricevuto il loro primo salario e invece… Così ha comprato dei generi di prima necessità e glieli ha portati. Una goccia nel mare. E tanta rabbia, perchè se interveniamo la peggio ce l’hanno proprio coloro che vogliamo aiutare, che possono rischiare di essere rimandati a casa senza nemmeno ricevere il pagamento per il lavoro fatto.

zona industriale Qatar

Fatiscente e desolata, questa è una zona ad alta densità di popolazione, dove vive la maggior parte dalla manodopera a basso costo.

Se hai occasione di andare a Doha, capitale del Qatar, fatti portare nella cosiddetta zona industriale, e poi dimmi se le mille luci della città, il lusso sfrenato, i colori, i sapori e i profumi esotici del Souq, tanto pubblicizzato quanto artificiale, non ti disgustano se confrontati con l’indigenza, il degrado e la povertà che vedrai laggiù.souq Qatar

Oggi ti lascio forse un pò di amaro in bocca, perchè ti parlo del Qatar che non mi piace, ma non potevo esimermi dal farlo. E non posso nemmeno relegare questo aspetto della società e della cultura del luogo ad una o due frasi. Nella prossima puntata conto di parlarti di tante altre, più piacevoli, esperienze. Nel frattempo aspetto le tue domande o commenti su questa prima parte del mio racconto da espatriata in Medio Oriente.

Bacio. Carmen

 

 

By | 2018-03-27T17:08:06+00:00 22 marzo 2016|Riflessioni|3 Comments