Al bivio. Una penna in mano e tante pagine bianche di fronte. Ho voglia di scrivere, forse una storia totalmente inedita, forse un nuovo capitolo di quella vecchia. Quel che è certo è che aprendoci all’adozione tutto cambierà.

Durante la mia infanzia, andavo spesso, durante l’estate, a casa delle mie cuginette. Tre sorelle, figlie della sorella di mia madre, tutte più piccole di me di qualche anno. E’ stato a casa loro che ho avuto il primo contatto con l’unica famiglia adottiva che abbia mai avuto modo di conoscere. Nessuno mi aveva spiegato che quella coppia di parenti delle mie cugine aveva adottato la loro magnifica bambina, eppure, come tutti i bambini, intuivo qualcosa.

Loro ai miei occhi erano diversi. Forse per il colore della pelle della loro figlia? Non credo.

I suoi occhi neri avevano una profondità, una forza, ma allo stesso tempo una fragilità che nessuno dei bambini che conoscevo aveva. Avevo persino paura di quegli occhi, mi sembravano ostili, o forse io ero troppo timida ed insicura per vederli per quello che erano. Occhi impauriti ed abituati a difendersi allontanando le persone. Non sono mai riuscita ad avvicinarmi a lei.

A quel tempo, non avevo le risorse cognitive per poter razionalizzare ed elaborare in maniera così lucida i miei pensieri su quella famiglia. Ma da quando ho iniziato a rifletterci seriamente, all’adozione, ossia dal fallimento dell’ultima eterologa, ho cominciato a chiarimi le idee su ciò che allora era solo un vago sentimento.

Percepivo qualcosa di grave, pesante, ma allo stesso tempo meravigliosamente bello e puro riguardo quella famiglia. Forse un trauma remoto, una ferita ancora aperta, il cui dolore due genitori adottivi cercavano di lenire e possibilmente guarire con cura ed amore. Non potrei dire se quello sia stato l’incontro che ha determinato in me il desiderio di avere figli adottivi, ma è vero che nella mia “famiglia immaginaria” ci sono figli biologici e figli adottivi. L’insegnamento cattolico ricevuto in famiglia e il desiderio di aiutare le persone, che ha sostenuto anche la mia carriera professionale, certamente hanno una parte in tutto questo, e nella decisione di non fare altri tentativi con l’eterologa.

Ho parlato di questo e sostenuto la mia decisione di fare la fecondazione eterologa, dopo il fallimento della seconda PMA omologa, in questo post che ho scritto per la mia amica Erika Zerbini e il suo sito Professione Mamma. Ho creduto che avrei dovuto dare un’opportunità all’eterologa, e ho superato anche qualche remora personale nei riguardi della mercificazione della vita umana.

Sapevo che facevo una cosa al limite dei miei valori e credenze personali, consapevole che una donna molto giovane veniva pagata per fare una stimolazione ormonale e produrre ovociti che i medici avrebbero poi impiantato nel mio utero. Sapevo che forse quella donna aveva difficoltà economiche, e che in generale cliniche senza scrupoli sfruttavano la condizione di povertà ed indigenza di alcune donne per fare soldi. Avrei preferito una donazione volontaria, ma in quel momento non era possible. Poi ho pensato che, rispetto ad altre forme di sfruttamento, questo in fondo non era poi così terribile o pericoloso. Forse avevo bisogno di pensarla così, non saprei.  

La prima eterologa fu un successo, ero elettrizzata. Ero incinta, per la prima (e l’ultima) volta. Ho vissuto un momento bellissimo, per dodici settimane di gravidanza, seguito da un aborto spontaneo.

Stranamente, è stato al secondo tentativo, che mi ha portato ad un negativo grande quanto una casa, che ho sentito forte lo schiaffo. E la tristezza si è amplificata, perchè ho cominciato anche a soffrire anche per la perdita della mia bambina, mesi dopo l’aborto, quando credevo di aver già superato il trauma. In quel momento qualcosa si è spezzato. Per la prima volta in sei lunghissimi anni non ho sentito il desiderio di ricominciare.

Ogni volta che qualcosa andava male, mi riprendevo veloce e guardavo avanti, al successivo mese, al successivo tentativo, che fosse un diverso esame medico, una diversa clinica o medico, o un nuovo ciclo di fecondazione assistita.

Ma questa volta, parlo di ottobre 2015, ho sentito che ero arrivata al capolinea di un percorso. Credo che il mio corpo mi abbia detto a chiare lettere che non riesce a fare il lavoro necessario per portare avanti una gravidanza. E io forse non ho più le energie necessarie per contrastarlo o la voglia di intestardirmi, bombardandolo con ormoni, tra punture, ovuli e pillole.

Ho aspettato qualche mese prima di pensare di chiudermi alle spalle definitivamente quella porta, quella possibilità. Ho pensato che forse ero solo arrabbiata e che col tempo la voglia di ripartire sarebbe tornata.

Ma più passa il tempo e più sono convinta, siamo convinti, che la fecondazione eterologa non faccia più per noi. Non so, forse il coraggio e la forza che mi avevano sorretto fino ad ora stanno venendo meno. Ci ho pensato, ed è una possibilità valida. D’altronde, anche lasciar andare ed accettare la mia vita così com’è richiede una grande dose di coraggio e forza. Probabilmente anche di più che per combatterla ed affannarsi a volerla dirigere dove voglio.

Immagino che alcune cose non si capiscano fino a che un pò di acqua sia passata sotto i ponti, come si dice. Dunque cerco di non ossessionarmi troppo e vado avanti. La comprensione di ciò che mi succede arriverà.

Per ora mi accontento di fare cose interessanti e soddisfacenti nella mia vita quotidiana, programmare le vacanze di quest’anno, dedicarmi agli amici, alla famiglia, alla mia salute e…fare finta che non stia aspettando ogni giorno una telefonata… 😉 

Abbiamo infatti depositato la domanda di adozione.

Alterno momenti di gioia per questa decisione presa, a momenti di scoramento, quando penso a quanto lunga sarà l’attesa, a quanto tempo avrò per affinare la mia pazienza e la mia capacità di ancorarmi al presente. Comunque, “il dado è tratto“. Un nuovo capitolo della nostra vita comincia, e anche se la strada appare lunga ed incerta, non vedo l’ora di cominciare a percorrerla.